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Tigerland

Regia di Joel Schumacher vedi scheda film

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La recensione su Tigerland

di degoffro
8 stelle

“Sei coraggioso solo quanto sai che ti stai cagando addosso!”

Joel Schumacher riesce a sorprendere. Autore molto discontinuo e mai imprescindibile, alterna blockbuster terribili (i due Batman) o appena passabili (“8 mm”) a discreti prodotti di intrattenimento (“Linea mortale”, “Un giorno di ordinaria follia”), capaci di suscitare anche accesi dibattiti. Con “Tigerland” sceglie una terza strada che poi avrebbe in parte seguito anche con il successivo ma decisamente meno riuscito “In linea con l’assassino”: budget ridotto, troupe leggera, niente effettistica rumorosa ed ingombrante (tutto ciò che si vede nel film è stato fatto personalmente dai protagonisti), pochi giorni di riprese (solo 28 e, pare, anche piuttosto duri con sveglia alle cinque, ritmi logoranti, caldo soffocante, poche pause), una macchina da presa a mano in formato 16 mm e soprattutto nessuna star ma un gruppo di giovani attori entusiasti e trascinanti (tra questi Colin Farrell, presenza magnetica, notevole ironia, sguardo potente e beffardo, gran grinta e talento da vendere: il futuro da star era garantito, peccato che l’attore non sempre sia stato all’altezza delle promesse). Influenzato da un duro documentario di Frederick Wiseman “Titicut follies”, ambientato in un istituto psichiatrico, Schumacher sceglie uno stile aspro, asciutto, ruvido, nervoso, esaltato dalla macchina a mano, con ripetuti zoom e tagli di inquadrature (folgorante la fotografia al naturale di Matthew Libatique) che, come ha dichiarato lo stesso regista, danno un senso di immediatezza e realismo, ricreano con efficacia l’atmosfera dei film e cinegiornali che arrivavano dal Vietnam all’epoca, ti fanno sentire addosso ai personaggi. In questo modo si valorizzano al meglio le lodevoli e naturali interpretazioni di tutti gli attori, i dialoghi spesso pungenti ed incisivi, la cruda ed onesta sceneggiatura dei debuttanti Michael McGruther e Ross Klavan, basata in gran parte sull’avventura di quest’ultimo, all’età di 20 anni, a Fort Polk, campo di addestramento della Louisiana. Poche ma ben costruite le sequenze d’azione, alcune delle quali (le simulazioni belliche a Tigerland, tese e vibranti) mi hanno richiamato alla mente un cult oggi dimenticato di Walter Hill “I guerrieri della palude silenziosa”. Non un war movie in senso stretto, ma un film su un gruppo di giovani che, per lo più sradicati dalla loro realtà familiare e costretti ad arruolarsi nell’esercito (alcuni però erano volontari come il migliore amico del protagonista che sul campo si rende conto di quanto le sue aspettative fossero distorte), si ritrovano frastornati, brutalizzati e scossi, sottoposti ad uno stress psicologico estenuante che ha come unico scopo trasformarli in implacabili macchine da combattimento, pronte ad uccidere e morire per una guerra persa ormai da tempo (il film si svolge nel 1971). Schumacher si domanda se abbiano ancora senso il fanatismo, il patriottismo declamatorio e l’esasperazione disumanizzante tipica degli ambienti militari (il discorso, pur inserito in una vicenda di ieri, ha un chiaro riferimento all’oggi) quando è la stessa opportunità della guerra a dover essere messa in discussione. Di fronte all’ipocrisia, alla cocciutaggine, all’arrogante stupidità, all’insensata e gratuita violenza dei vertici militari, ecco la reazione di un ragazzo, Bozz, ribelle ed anticonformista, “un fesso fallito che lotta contro il sistema”, il quale è purtroppo ben consapevole del tragico destino che aspetta gran parte dei ragazzi addestrati a Tigerland, “il secondo posto peggiore della Terra, un parco giochi di guerra dove smetterete di raccontarvi cazzate!” Bozz non ha paura dei suoi superiori (durante un’esercitazione afferma sarcastico “L’idea di uccidere i vietcong ti eccita sergente?”) ed è convinto che sia giusto che chi ha famiglia, chi è fragile, chi ha un futuro lasci quel posto orribile e torni alla (sua) vita. Solidarietà, amicizia e complicità: temi classici in questo genere di film trattati da Schumacher con inattesa intelligenza ed encomiabile sobrietà, evitando inutili toni patetici, facile retorica, enfatiche sottolineature ed affidandosi a caratteri che non sfuggono a riconoscibili stereotipi ma appassionano perché vivi, autentici, profondi (toccante, per esempio, il personaggio del capo plotone Miter, interpretato da Clifton Collins jr, umiliato davanti ai suoi soldati a causa dell’ennesima insubordinazione di Bozz ma poi aiutato dallo stesso Bozz a tornare a casa – bellissima la loro lunga e sincera chiacchierata/confessione notturna al cesso). Con un’impagabile ironia (“Sergente ha qualche consiglio su come rimanere vivo nel Vietnam?” “Sì, ce l’ho soldato: non andarci!”) ma anche con un’amarezza ed una malinconia di fondo ben sintetizzate da una eloquente affermazione di uno dei protagonisti che tornerà a casa grazie all’aiuto di Bozz: “Noi siamo solo una piccola parte di tutto: e il tutto è solo merda!” Nulla che non sia già stato detto e scritto (tra i film più menzionati “Full Metal Jacket” di Kubrick e “Frenesie…militari” di Nichols, aggiungerei anche “Comma 22” dello stesso Nichols) ma raccontato con grinta, passione e commozione. Si respira aria del miglior cinema americano degli anni settanta. Credo che sia il film più bello di Schumacher. E infatti al cinema non lo ha visto quasi nessuno. Piccola curiosità: il libro che Bozz sta leggendo all’inizio del film è “E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo (altro più che esplicito riferimento per Schuamcher). 2 nomination agli Independent Spirit Awards per la migliore sceneggiatura di un esordiente e per Cole Hauser quale miglior attore non protagonista.

Voto: 7 e mezzo.

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