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L'avversario

Regia di Nicole Garcia vedi scheda film

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La recensione su L'avversario

di michemar
8 stelle

 

            A volte il giudizio che si dà a un film può passare in secondo piano se lo stato d’animo in cui ti lascia è più preponderante di tutto il resto. E’ quello che mi è successo con questo film e credo quello che può capitare a tanti: rimanere sbigottito. Ma neanche questo può bastare per semplificarne l’introduzione e per un duplice motivo. Prima di tutto perché è difficile concepire che possano esistere individui umani (e quindi non della sfera animale) capaci di portare a termine un piano così violento e così disumano e poi perché noi cinefili, pur avendo visto un numero sterminato di pellicole, spesso crediamo che sia impossibile per un pur bravo attore riprodurre e recitare alla perfezione la più profonda malvagità di una persona. E quando queste due condizioni si verificano, come può rimanere uno spettatore? Sbigottito, anche perché questa tremenda storia non è frutto della fantasia di un perverso scrittore di horror, ma è una vicenda realmente accaduta e tragicamente conclusa nei primi giorni del 1993, quando un certo Jean-Claude Romand pensò che per uscire dall’imbarazzante situazione in cui si era infilato l’unica soluzione era quella di sterminare completamente la sua famiglia. Padre, madre, moglie e i due figli ancora piccoli.

 

            Non sto facendo spoiler in quanto la lunga sequenza delle uccisioni parte proprio dall’inizio e arriva fino alla conclusione del film, inframmezzata dal racconto degli avvenimenti degli anni precedenti, portando la tensione in un crescendo continuo degno di un thriller riuscito, anche se lo spettatore intuisce da subito dove ci porta lo scellerato protagonista. La bravura della regista Nicole Garcia è infatti nell’aver congegnato questo tipo di narrazione e inoltre senza intaccare minimamente l’inquietante suspense che voleva creare, pur conoscendo quindi il finale.

 

 

            L’altra metà dei meriti va ascritta ad un eccezionale Daniel Auteuil. L’attore francese è stato in grado di esprimere alla perfezione la lenta discesa agli inferi della mente di Jean-Claude Faure (questo il nome del protagonista nella sceneggiatura), il quale non è che sia impazzito tutto ad un tratto, ma ha maturato la sua tremenda decisione man mano che la situazione che aveva creato diventava insostenibile e non trovava più scuse per i familiari che cominciavano ad avere dubbi sulla sua reale attività, a cominciare dalla moglie, la più vicina alla sua vita. Lento, lentissimo è il passo che porta il falso medico nella evoluzione del suo atteggiamento: da un comportamento affettuoso e ineccepibile di padre e marito a un pensieroso, taciturno e sempre più cupo uomo che non ha più agibilità per mascherare la sua doppia vita e giustificare la sparizione di tutti i risparmi di suo suocero che lui gestiva. Un dottor Jekyll che diventa Mr. Hyde non ripetutamente come il celebre romanzo, ma una sola volta e senza ritorno.

 

             E mentre le sue povere vittime sono sepolte da più di venti anni il vero Romand sta scontando il suo ergastolo. Probabilmente il suo doppio, il suo alter ego criminale cresciuto pian piano dentro il petto, il suo avversario intimo e interno è oggi l’unico che gli fa compagnia. Il suo vero avversario.

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