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Hollywood, Vermont

Regia di David Mamet vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Hollywood, Vermont

di ed wood
8 stelle

Una brillante e sottovalutata commedia che si riallaccia forse al grande "dimenticato" Preston Sturges nel dipingere al vetriolo lo scontro di culture fra le due americhe, quella provinciale e "virtuosa" e quella hollywoodiana e viziosa. Arroganti e spietati impiegati dell'industria dello spettacolo si ritrovano, per motivi di budget, alle prese con un'insolita location nel cuore del New England: la piccola Waterford, tutta villette corredate di sedia a dondolo, stagionati abituè di tavole calde, ma sopratutto orgoglio a fiumi per istituzioni locali come la storica stazione dei pompieri o il filotto di titoli conquistati negli anni 70 dalla squadra locale. Mamet scrive un copione ingegnoso, che riesce a coagulare la dispersiva, quasi altman-iana galleria di personaggi verso una resa dei conti finale in cui emergono equivoci, paradossi e dilemmi morali che travolgono lo spettatore, lasciandolo sì divertito ma con l'amaro in bocca. La girandola di improbabili colpi di scena smaschera l'ipocrisia su cui si fonda la presunta etica dell'homo americanus. La purezza non esiste e qualsiasi animo è corruttibile (l'avvocato arrivista) o già corrotto (la cameriera minorenne). L'unico che mostra qualche scrupolo morale di ascendenza biblica (lo sceneggiatore Joseph, tormentato dal precetto "Non dire falsa testimonianza") è vittima di una macchinazione ordita dalla propria amata/amante (la tipografa) e, in ogni caso, la sua presa di coscienza non serve a nulla, come si evince dal finale. Alla fine, tutto si aggiusta, grazie alla mediazione del sacro dollaro, e persino l'anacronistico product placement di una ditta di computer riesce ad essere inserito nel film-nel-film (un western!). Le rispettive colpe vengono insabbiate e ciascuno proseguirà la sua vita e il suo lavoro con qualche scheletro nell'armadio in più: anche se poi, a ben vedere, alla base di tutto non c'è stato alcun crimine, se non un fantomatico abuso sessuale che esiste solo nella testa bacata della borghesia USA, sempre assetata di scandali da stigmatizzare ipocritamente. La satira morde e colpisce sia i provincialotti sia i cittadini; il meccanismo mamet-iano di cause ed effetti scardina con adeguata ferocia i pilastri della civiltà a stelle e strisce, lasciando personaggi e spettatori attoniti di fronte all'inconsistenza del reale e dei suoi "valori". E la sostanza del discorso, lucida e implacabile, ci fa perdonare alcuni difetti, come l'accumulo di spunti ironici presto abbandonati (la cena disertata, la vetrata rotta), la tendenza al macchiettismo (il barista anti-comunista, il medico burbero), qualche faciloneria nella gestione del registro romantico (a farne le spese è anche il compianto immenso P.S.Hoffman, costretto qui a qualche smorfia di troppo), qualche personaggio forse superfluo (S.J. Parker). Film spassoso, che avrebbe potuto essere ancor più brioso e ficcante se si fosse avvalso di un'altra regia: Mamet funziona meglio con la penna che con la mdp. Ma d'altra parte, di Wilder ne nasce uno ogni secolo, per cui accontentiamoci. Resta ammirevole però l'utilizzo delle ellissi nella parte finale e la gestione dello spazio scenico, ma sopratttutto quel senso di disincanto, squisitamente yiddish, di cui viene ammantato l'intero film, che, fra le altre cose, si pone anche come cinica "nemesi" dell'Effetto Notte di truffauti-ana memoria (basta vedere come viene risolta la questione delle tette della star e degli 800mila dollari ad esse legati!). Gustoso commento musicale; nel cast, ottimi Macy e la Pidgeon.  

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