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Hollywood, Vermont

Regia di David Mamet vedi scheda film

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La recensione su Hollywood, Vermont

di bufera
6 stelle

David Mamet è una personalità non indifferente nel mondo dello spettacolo, dove ha iniziato negli anni  ‘70 come  drammaturgo, vincendo nel 1984 il Premio Pulitzer per “Glenngarry Glenn Ross”, dal  1981 ha  intrapreso anche l’attività di sceneggiatore  guadagnandosi due nomination all’Oscar (“Il Postino suona sempre due volte”,”Il verdetto”,” Gli intoccabili,” per citarne alcuni) e ha scritto molti saggi di rilievo. Nel 1987, senza tralasciare il resto, ha debuttato nella regia cinematografica con il drammatico  “La casa dei giochi” e  proseguendo fino ad oggi per 15 film, di cui molti thriller, con uno stile personale, con dialoghi complicati da giochi e illusionismi verbali, che adombrano  la verità e storie complesse ammantate talora   di mistero. In HOLLYWOOD, VERMONT (State and Main, 2000)la sfida di questo ottimo sceneggiatore e grande intellettuale, ma complicato come regista, è con la commedia che si svolge in un set, cinema nel cinema, ma con risultati tanto sofisticati quanto non immediati sulla mente dello spettatore. La storia parte dallo spostamento, necessario per motivi di disaccordi finanziari, di una troupe cinematografica dal New Hampshire a Waterfold nel Vermont, cittadina di apparenza ottocentesca  quel  tanto che basta e certo meno costosa .Il primo di una serie di contrattempi, che caratterizzano il film, è che il Vecchio Mulino,che è citato nel titolo, e sembra essenziale al soggetto, non c’è più, andato a fuoco  60 anni prima insieme ad altri incendi dolosi di uno squilibrato, non riferiti da nessuna parte per motivi di prestigio. Non se ne può costruire un altro, per motivi di budget  e non c’è tempo.  Il regista (un grande William Macy) è comunque deciso a restare lì e finire il film in qualche modo, nonostante la gragnuola di imprevisti, capricci, problemi contrattuali ed esistenziali che in aggiunta gli si rovescia addosso.  Anzitutto,  lo sceneggiatore, che  ha le sembianze soavi e accomodanti di un giovane e più smilzo Philip Seymour Hoffman, si imbrana nel tentare di modificare il senso della storia, a Mulino eliminato, anche perché si è perso la sola macchina da scrivere che sa adoperare  e resta vagamente colpito da una giovane del luogo, che ha le mani in pasta e per  lui lascia subito un importante fidanzato. Guarda caso proprio lei sarà il deus ex-machina  che risolverà molte  situazioni, che nel divenire degli imprevisti, talora confondono lo spettatore. Così, nel leggere il copione per aiutare l'amato, vi troverà  il filone da seguire, quello che “ tutti hanno diritto a una seconda chance,” che darà anche il senso al nuovo  titolo del film. Superate le bizze di una divetta ( Sarah Jessica Parker, graziosa ma insulsa) che approfitta  per aumentare  il suo cachet, dovendo esibire le sue arcinote tette, e risolto un impiccio giuridico, coinvolgente il primo attore col debole delle minorenni (Alec  Baldwin)e  lo sceneggiatore , che dovrebbe testimoniare, sempre con lo zampino della sua intelligente, fantasiosa e pratica innamorata corrisposta ormai con certezza, ci si avvia ad un finale stancamente ormai atteso. Le musiche sono giuste,  le  riprese dei paesaggi di quelle simpatiche località sono ben fotografate e godibili ,come quelle del caos sul set, dove gli attori danno molto per la loro bravura innata più che per una regia sofisticata e intellettuale regia che ha il debole di chiedere allo spettatore troppa  attenzione  alle parole e alle azioni minori.

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