Espandi menu
cerca
Senza fine

Regia di Krzysztof Kieslowski vedi scheda film

Recensioni

L'autore

Peppe Comune

Peppe Comune

Iscritto dal 25 settembre 2009 Vai al suo profilo
  • Seguaci 168
  • Post 41
  • Recensioni 842
  • Playlist 56
Mandagli un messaggio
Messaggio inviato!
Messaggio inviato!
chiudi

La recensione su Senza fine

di Peppe Comune
8 stelle

 

Polonia, 1982. Morto d'infarto da quattro giorni, l’avvocato Antek Zyro (Jerzy Radziwilowicz) non ne vuole sapere di lasciare i suoi affetti. Innanzitutto la moglie Ursula (Grazyna Szapolowska), una traduttrice che scopre di amare il marito soprattutto adesso che è morto. É afflitta dai sensi di colpa, e non gli bastano il sesso occasionale con altri uomini e l'ipnosi per dimenticarsi del marito. Poi il piccolo Jacek (Krzysztof Krzeminski), già sufficientemente autonomo per non lasciarsi sopraffare dall’inconsolabile dolore della madre. Quindi l’operaio Darek Stach (Artur Barcis), difeso da Antek in un perché accusato di aver organizzato uno sciopero sedizioso indirizzato contro il regime comunista retto dal generale Wojciech Jaruzelski. Una causa politica che l’avvocato sposa in pieno perché condivide con l’organizzazione sindacale di Solidarnosc gli ideali di cambiamento. Con la morte dell'uomo la difesa dell’operaio viene assunta da Mieczyslaw Labrador (Aleksander Bardini), il vecchio mentore di Antek, che però cerca di arrivare a dei compromessi più fattibili con la corte, anche per risparmiare a Darek la “ghigliottina” della vigente legge marziale. Antek Zyro si mette quindi ad osservare un paese che vuole cambiare ma che non ha ancora la forza di farlo, così come la bella moglie non riesce ad affrancarsi da una tristezza senza fine.

 

Krzysztof Kieslowski – Stanze di Cinema

"Senza fine" - Scena

 

 

“Senza fine” segna uno dei punti più alti della filmografia di Krzysztof Kieslowski, nonché l’inizio del felice sodalizio con lo sceneggiatore Krzysztof Piesiewicz. Un film pervaso della stessa inclinazione presente nel “Decalogo” e nella “trilogia dei colori” a fare della narrazione un’argomentata tesi morale da tradurre in immagini. Ma diversamente da queste opere successive che daranno all’autore polacco una riconosciuta fama internazionale, si avverte una marcata esigenza a parlare della condizione politica della Polonia durante i primi anni ottanta, quando il paese era sotto la guida rigida del generale Wojciech Jaruzelski e il sindacato cattolico di Solidarnosc soffiava sotto il fuoco del cambiamento. Questo non lo rende un “film politico” nel senso pieno del termine, ma piuttosto un’opera che, nel mentre punta la sua attenzione sul disordine esistenziale di Ursula, riflette sullo stato di spaesamento che in quegli anni serpeggiava lungo tutto il paese, ricavato dagli innumerevoli dubbi che dominano la vita dei protagonisti, dalla precarietà emotiva che li pone sempre davanti alla difficoltà estrema di prendere una scelta. Forse è per questo che il film attirò molte polemiche su di sé arrivando a scontentare un po' tutti : la chiesa cattolica, per i costumi ritenuti troppo libertini della bella Ursula ; l’opposizione politica, contrariata dal vedere annacquata da troppi compromessi di sorta la volontà a dare corso ad un radicale cambiamento ; il regime comunista, dipinto come quella forza oscurantista che tinge di grigio la vita di un intero popolo.

“Io sono morto. Da quattro giorni”. Così inizia il film, con Antek seduto sul letto che racconta i motivi della sua morte e i suoi intendimenti futuri. E così continua, con un senso di morte che non lascia mai la scena, poggiandosi ogni volta sul profilarsi di un barlume di speranza. La volontà che conduce al cambiamento di regime rimane in un limbo, proprio come Antek, che rimane presente in vita anche dopo la morte, come uno spirito del tempo che parla a quella speranza che aspetta il suo turno, ad incarnare il valore etico del dissenso che non vuole rimanere senza eredi e senza testimoni.  Lo vediamo spesso accompagnarsi alla vita dei suoi affetti più cari. A quella di Ursula e del figlio, come per seguirli lungo la sofferta elaborazione del lutto. E a quella di Darek e Labrador, due facce di una stesa medaglia, quella che conduce alla difficoltà di raggiungere l’agognata libertà senza disperdere nei compromessi con la vita una quota importante dell’originaria purezza. Entrare nelle carte processuali imbastite da Antek e riprese da Labrador è come penetrare fino in fondo nelle contraddizioni socio politiche della Polonia. Sembra leggervi che il regime ha la meglio sempre e comunque, sui vivi e sui morti, che al popolo non resta che teorizzare varie strade che conducono alla libertà (come testimoniano le diverse strategie adottate per cercare di liberare Darek da una condanna sicura) ma senza mai raggiungerla sul serio. Decifrare la sua esistenza, invece, significa dover intrecciare l’afflato sentimentale che riguarda l’uomo con le vicende politiche di cui si è occupatol’avvocato. Di questo si occupa Ursula, che inconsapevolmente finisce per interiorizzare tutto il vissuto del marito solo quando che non c’è più. E scopre di amarlo più da morto che da vivo, più adesso che è diventata un’assenza incolmabile che quando era una presenza trascurabile. I silenzi di Antek cominciano ad apparirgli come una prova d’amore senza mediazioni, sia quelli che il marito ha praticato per mettere la donna al riparo dalla confessione delle sue stesse colpe, sia quello che l’uomo di legge ha usato per non sommergerla emotivamente nella sua passione civile. Silenzi che nell’animo provato di Ursula finiscono per legare la sua inconsolabile tristezza con gli ideali traditi del marito.

Nelle intenzioni di Krzysztof Kieslowski, l’impotenza a reagire di Ursula rispecchia quella della Polonia sotto la dittatura comunista del generale Wojciech Jaruzelski. Per un’indeterminatezza che si fa cifra stilistica del film, che l’autore polacco rende visivamente indugiando più del dovuto su particolari apparentemente insignificanti : mani che impiegano tempo a prendere cose, scarpe che calzano piedi refrattari al cammino, passi che arretrano il tragitto, dita che bucano calze. Inquadrature che sembrano volersi soffermare sull’ordinario accadere delle cose come per sfuggire allo straordinario scorrere degli eventi. Perché Antek diventa per Ursula l’invito a percorrere fino in fondo il proprio destino, a lasciarsi trasportare oltre le debolezze del corpo a favore degli ideali più alti di libertà. Ma la sua morte improvvisa e inaspettata lascia tutto in sospeso, a rincorrere soluzioni che sanno come delle attese senza fine. Ottimo film di un grande del Cinema europeo.    

Ti è stata utile questa recensione? Utile per Per te?

Commenta

Avatar utente

Per poter commentare occorre aver fatto login.
Se non sei ancora iscritto Registrati