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I Tenenbaum

Regia di Wes Anderson vedi scheda film

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La recensione su I Tenenbaum

di cheftony
5 stelle

“Perché ci hai fatto questo, Royal? Che senso ha?”
“Volevo riconquistarvi. E credevo che sarei riuscito a cacciare Henry. E così avrei mantenuto lo status quo.”
“Ma non ci parlavamo da almeno sette anni!”
“Lo so. In più… sono al verde. E mi hanno buttato fuori dall’albergo!”
“Sei un bastardo. Addio, Royal.”

 

Gene Hackman

I Tenenbaum (2001): Gene Hackman

 

Royal Tenenbaum (Gene Hackman) è un elegante e pittoresco avvocato newyorkese, intento a spiegare ai suoi tre bambini prodigio il divorzio incombente dalla moglie Etheline (Anjelica Huston); i piccoli Chas, l’adottata Margot e Richie sono rispettivamente dei piccoli fenomeni in economia, drammaturgia e tennis.
Diversi anni dopo il divorzio, proprio quando Etheline sembra in procinto di risposarsi col suo fedele commercialista Henry Sherman (Danny Glover), Royal Tenenbaum ripiomba nelle vite della sua famiglia demolita; dopo aver vissuto ventidue anni in albergo, ritrovatosi radiato dall’ordine e senza più un soldo, annuncia un cancro incurabile allo stomaco e raduna intorno a sé - ma in casa di Etheline -  quelli che erano i suoi cari.
I talenti dei figli non sono sopravvissuti alla mancanza di un padre, per quanto irresponsabile e mortificante: Chas (Ben Stiller) ha due figli vestiti di tuta rossa come lui, allevati nella paranoia post-traumatica conseguente all’incidente aereo in cui è morta la moglie; Margot (Gwyneth Paltrow) si è sposata con l’eccentrico e posato neurologo Raleigh St. Clair (Bill Murray), a cui nasconde un passato libertino e il vizio del fumo; Richie (Luke Wilson) ha avuto un tracollo inspiegabile in finale di un torneo, ha abbandonato il tennis (ma non la fascetta tergisudore vintage) per viaggiare in nave ed è segretamente innamorato della sorella, come l’amico d’infanzia Eli Cash (Owen Wilson) divenuto patetico scrittore tossicodipendente.
Quale effetto potrà mai avere lo sgradito ritorno di Royal Tenenbaum su questo cumulo di personalità fragili e borderline?

 

Ben Stiller, Gene Hackman, Gwyneth Paltrow

I Tenenbaum (2001): Ben Stiller, Gene Hackman, Gwyneth Paltrow

 

“The Royal Tenenbaums” è il terzo film di Wes Anderson, autore partito senz’altro a spron battuto ma che ha fatto il vero e proprio botto con questo lavoro scritto con l’amico di sempre Owen Wilson, che ha incassato ben 71 milioni di dollari. Per essere (al tempo) un occhialuto ed impacciato 32enne laureato in filosofia, l’autore texano poteva contare su budget e amicizie di un certo livello, tanto che tuttora Bill Murray insiste per partecipare ad ogni suo film fin dal suo secondo titolo “Rushmore”; ma anche la presenza di un Gene Hackman in conclamata aria di ritiro è peculiare, al di là del fatto che il ruolo di Royal Tenenbaum gli sia stato cucito addosso già in fase di scrittura. Il cast è senz’ombra di dubbio di alto livello e la resa recitativa - godibilissima, fatta la tara alla bizzarria della direzione di Anderson - è quanto di più piacevole “The Royal Tenenbaums” abbia da offrire.
Un titolo presto diventato di culto, paradigma di un cinema personale, delicatamente ruffiano e alla continua ricerca di una weirdness sospesa fra ilarità e malinconia; lo scheletro della storia è molto ordinario, a dire il vero: i Tenenbaum sono una famiglia americana disfunzionale, agiata e priva di valori, separata da molti anni, indebolita e forzatamente ricongiunta da un gratuito desiderio di redenzione.
Di originale c’è però il modo in cui Anderson rielabora e dà forma a questo abusato nocciolo e lo fa attraverso scrittura e regia riconoscibilissimi: personaggi spesso al centro dell’inquadratura, sguardo apatico in camera, gusto sfacciato per la simmetria e il vintage, ralenti musicati, uso esuberante della colonna sonora, carrellate laterali e altri movimenti di macchina brillanti. I protagonisti di “The Royal Tenenbaums”, per quanto splendidamente interpretati, soffrono una costruzione rigida e dei loro drammi non resta nulla, né la leggerezza né la gravità: sono eterni infanti, letargici, non evolvibili, costretti al surreale e al ridicolo dai loro vestiti sempre uguali (cosa non sono Ben Stiller e pargoli con la tuta rossa dell’Adidas…) e dai contrasti cartooneschi e maniacalmente studiati. Nella sua fissazione per i colori e per gli interni, Anderson riceve grande aiuto dal lavoro alla fotografia di Robert Yeoman, suo sodale fin dagli esordi.
Un inoffensivo fumettone di maniera, che per gli stessi motivi può essere idolatrato e disprezzato: una chiosa banale, ma quanto mai vera per un autore così inamovibile dai suoi stilemi.

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