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La donna del ritratto

Regia di Fritz Lang vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su La donna del ritratto

di yume
10 stelle

Dal racconto di J.H.Wallis, Once Off Guard, The Woman in the Window appartiene a quella serie giallo/thriller a cui Lang si dedicò negli anni quaranta, creando autentici capolavori del genere noir.

 

Locandina

La donna del ritratto (1944): Locandina

 

Nella prima scena il prof. Richard Wanley dell’Università di Gotham sta tenendo una prolusione su “Considerazioni sulla psicologia dell’omicidio”.

Partendo dalla Bibbia, rivisita il  “non uccidere” in chiave psicanalitica e giurisprudenziale, tenendo d’occhio “le moderne cognizioni sugli impulsi che conducono all’omicidio” e il criterio relativistico che la legge assume nel contemplare e distinguere “varie categorie di omicidio, categorie che corrispondono a certi gradi di colpa, considerati in funzione degli impulsi che hanno preceduto il delitto”.

La scena sfuma su parole chiave per la lettura della vicenda successiva: “la legittima difesa non può venir giudicata alla stessa stregua dell’uomo che uccide per lucro”.

In una New York estiva, in cui mogli e figli partono per la villeggiatura, il mite Richard (Edward G.Robinson) facendosi aria con l’immancabile cappello, viene folgorato dal ritratto di una splendida donna in vetrina, la “ragazza dei sogni”, come la chiamano, celiando, gli amici del circolo, dove le ore trascorrono pacate fra sigari e “bicchierini”.

Già sulle prime Lang pone l’accento sul tema del “doppio”.

A Richard, che dice “è un ritratto delizioso”, l’amico procuratore distrettuale dall’occhio indagatore ribatte “è una donna deliziosa, vorrai dire”.

Il colloquio successivo fra i tre amici al club è disteso, scherzoso ma denso di premonizioni, quello che sta per accadere rientra in una casistica che nelle procure ben conoscono: uomini di mezz’età che corrono la cavallina vanno spesso incontro a tragedie nate “da un attimo di sconsideratezza o di debolezza”.

Il procuratore, con evidenti inclinazioni per l’indagine a colpi di psicanalisi (i suoi  sguardi sul protagonista nelle scene chiave dell’inchiesta sono manuali di psicologia comportamentale e sembrano fatti apposta  per produrre autentica inquietudine nello spettatore che, come sempre, sta dalla parte del colpevole) si produce dottamente sul tema “i guai nascono spesso da cose insignificanti create da inclinazioni naturali sconosciute a noi stessi”.

Salutando gli amici che ancora giocano sulla possibilità che la donna del ritratto si materializzi, il nostro Richard anticiperà il finale del film dicendo: “tutto ciò che sarei capace di fare sarebbe di stringermi nel soprabito e fuggire come il vento”.

La storia, tutta in chiave onirica, decolla a questo punto e fra i due poli reali dell’inizio e dell’epilogo, prenderà quella consistenza narrativa che ne mimetizzerà con abilità sorprendente la virtualità agli occhi dello spettatore, realmente sorpreso dal finale che Lang traghetta senza stacchi dal sogno alla realtà, solo stringendo e allargando l’inquadratura.

Il Cantico dei cantici fa da viatico quanto mai opportuno verso il sogno al professore che, seduto in poltrona dopo aver salutato gli amici, chiede al cameriere di avvertirlo alle 10,30: “… a volte leggendo perdo la nozione del tempo”.

 

E infatti da questo momento le due dimensioni si fondono e l’incontro con la donna del ritratto, materializzatasi nel riflesso della vetrina in un magico sdoppiamento, metterà in moto il meccanismo del noir, con tutti gli ingredienti del genere: femme fatale, caduta in tentazione del professore, omicidio per legittima difesa dell’amante geloso, occultamento del cadavere, inchiesta condotta proprio dall’amico procuratore, indizi sempre più probanti per errori d’ingenuità commessi dal professore, omicida per caso, ricatto, fallita eliminazione del ricattatore, tentativo di suicidio del professore disperato, colpo di scena tardivo perché Richard ha ormai preso i barbiturici, primo piano del suo volto

morente … ma ecco entrare nel campo visivo una mano che gli scuote la spalla, l’obiettivo della camera si allarga, … é il cameriere del club che lo sveglia, come concordato, perché sono le 10,30.

 

La realtà torna, rassicurante, sottolineata dal tema sonoro, ora brillante, vitale.

Il cameriere e il lift del club hanno il volto dei protagonisti del sogno, la vita riprende il suo ritmo febbrile, il traffico  scorre come sempre per le strade di New York.

Il professore torna davanti alla vetrina, ha bisogno di esorcizzare e diradare le nebbie del sogno.

La donna che gli  chiede di accendere la sigaretta non somiglia affatto a quella del ritratto, ma lui   scappa inorridito, forse non si è neppure accorto della differenza.

Resta allora da chiedersi cosa si agita nei labirinti dell’es, quali pulsioni ci rivelano nel sogno parti di noi che non sospettiamo, che ci terrorizzano, che potremmo essere.

 

Prima di trasferirsi in Germania e poi negli Stati Uniti in fuga dal nazismo, Lang aveva respirato l’aria della Vienna d’inizio secolo, sopravvissuta alle macerie dell’impero absburgico, città che fu in quegli anni il vero “laboratorio sperimentale della fine del mondo”, secondo la celebre definizione di Karl Kraus.  

Della cultura viennese fra ottocento e novecento Freud era stata la personalità più rappresentativa e importante e Schnitzler aveva pubblicato nel ’26 la sua Traumnovelle, la novella del sogno, che rivela quanto di noi venga pietosamente e opportunamente sepolto nel profondo Lete, fiume dell’oblio del nostro inconscio, per esplodere poi nella valvola del sogno. 

Tempo reale e tempo virtuale, realtà e immaginazione, il volto e il suo doppio, si propongono nel film come temi di riflessione inesauribile, oggetto di  narrazione composta e densa, costruita con montaggio sobrio, meticoloso e sapiente.

La finzione è magistralmente orchestrata fino al margine estremo, il confine tra sogno e realtà non verrà colto se non quando il regista/demiurgo deciderà che ciò debba avvenire, al novantunesimo minuto.

Il film dura 95 minuti.

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commento di spopola:

Va sottolineato che la "chiave" onirica è tutta di Fritz Lang... (farina del suo sacco, e l'intuizione è straordinaria) poichè il racconto "rappresentava" la storia con oggettivo realismo, tanto che si concludeva con un suicidio... Lang, esule forzato in America, non ha mai dimenticato le sue radici mitteleuropee, tanto che il suo speciale tocco è riconoscibilissimo e continautivo: cambiano a volte le modalità ma il filo conduttorre di tutta la sua operaq, sempre presente anche nei titoli minori, non si interrompe mai, nemmeno con il trasferimento oltre oceano... la matrice espressionista è avvertibilissima, come pure l'utilizzo di uno strepitoso Edward G: Robinson (se il film fosse stato girato in Germania, poteva essere un personaggio "perfetto" per Emil Janning.) Anche in questo "capolavoro" del noir, il tema centrale è in fondo il sottile confine fra innocenza e delitto quasi a voler significare che ogni uomo è un potenziale colpevole.: c'è ed è palese in "M" nel "Dottor Mabuse" e attraversa praticamente tutta l'opera americana del regista, non solo i film più riusciti e potenti, ma anche le opere (si fa per dire) "minori”, persino i suoi western (è la violenza della realtà a renderci ugualmente ingiusti e a volte persino crudeli)... o addirittura lo stevensoniano viaggio alla scoperta del mondo degli adullti, dove persino l'innocenza infantile viene disegnata come "ignoranza della realtà e vuota illusione". Un paradigma esasperato di tutto questo (il continuo cangiare della realta, quel niente è davvero ciò che sembra, i ribaltamenti della visiione e della percezione delle cose) è riscontrabile in un titolo che non è fra i più celebrati: "Prigioniero del terrore" (vedi la mia opinione a suo tempo espressa al riguardo)

 

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