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Un amore perfetto

Regia di Valerio Andrei vedi scheda film

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La recensione su Un amore perfetto

di Stefano L
3 stelle

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La poligamia è un argomento interessante, almeno finché non è trattato con la stessa insulsa sciatteria de “Un amore perfetto”, metraggio del carneade Valerio Andrei (il quale dopo questo disastro, pare essersi allontanato definitivamente dagli schermi), che desta costantemente il sospetto di essere stato concepito come operazione promozionale del cantante pop bolognese Cesare Cremonini, qui nei panni di Celestino (già dal nome…), detto “Cé”, ventenne dalle belle speranze nella disperata ricerca di un rapporto sentimentale definitivo, ovvero una sorta di chimerica relazione aperta che coinvolga la nuova fiamma Laura (Martina Stella; abbastanza insipida e infatti presto destinata alle fiction tv), sfortunata ballerina di nightclub, e l’amico Bernie (un Denis Fasolo inascoltabile, sebbene in futuro sarà un decente caratterista), calciatore e figlio di papà, la cui carriera sportiva è irrimediabilmente frenata dall'atteggiamento intemperante sul campo. Nel difficoltoso percorso senza una meta precisa, i baldi giovani si imbatteranno in tradimenti, risse con tipi poco raccomandabili (stroncate sul nascere in modo del tutto inverosimile), crisi di coppia, sotto-vicende esilaranti del “Nanna”, un povero Cristo narcolettico che si masturba per non addormentarsi (eh sì, da morire dal ridere…), e pure in un duello alla “Bonnie e Clyde” con dei trafficanti di uranio (sono in gioco un milione di.. dollari?!?). “Un amore perfetto” inizia male, prosegue peggio e diventa praticamente inguardabile verso l’epilogo, e non solo in quanto recitato, doppiato e scritto sgangheratamente (l'enfasi di Cremonini è sfiancante e l’intreccio proposto abbatte ogni barriera del tollerabile), o per la piattezza disarmante di maschere (il nonno gigione e zampillante di energia, la squinzia romagnola attaccata al denaro, le ridicole figure di contorno) e contesto (simil vanziniano), ma anche a causa della totale incapacità di analizzare in maniera accettabile le generazioni trasandate e prive di valori di inizio millennio; piuttosto, si esalta beceramente il concetto di ricchezza (il finale, in questo senso, è desolante). A irritare ancora di più fanno la loro comparsa i frangenti sospiranti tra Celestino e Laura, impregnati di frasi che anticipano le strofe delle canzoni dei Lùnapop (possono piacere o meno, per carità, però se innestate in sottofondo con tale didascalica pretestuosità, sono insopportabili). Ciò che rimane è il triste ricordo di un’orrida visione legata alle parti oniriche girate in amatoriale e alla ripresa roteante di Celestino su un tetto mentre cita “Titanic”. Imbarazzante.

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