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Un couple

Regia di Frederick Wiseman vedi scheda film

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La recensione su Un couple

di EightAndHalf
7 stelle

Se Welles di Fellini disse che danzava, oggi di Frederick Wiseman direbbe che passeggia. Il suo ultimo sforzo in fiction è diverso dagli altri due (Seraphita’s Diary, La dernière lettre), perché non presta attenzione a scenografie espressioniste o a colorazioni eccessive; Un couple è invece ambientato all’aperto, girato durante la pandemia e l’isolamento che Wiseman si è autoimposto nel 2021. E il passeggiare ozuiano dei suoi documentari, da un luogo a un altro, qui assume delle tinte più astratte e inafferrabili. 

Un monologo girato come un documentario non è una cosa di ogni giorno: Wiseman passa da un dramma casalingo a un altro della coppia di Lev e Sonia Tolstoj come passerebbe da un comizio a un altro in City Hall o da una riunione a un’altra in State Legislature, con lo stesso respiro e la stessa etica di messa in scena. I suoi campi “intermedi” sono stagni, alberi, paesaggi, il mare, e come sempre Wiseman se ne fa attrarre, li contempla perché li incontra e basta, e nel frattempo incrocia Nathalie Boutefeu, straordinaria attrice che fa credere realmente a un litigio fra due sposi interpretandoli entrambi da sola, mentre picchia dei ramoscelli secchi. È un tipo di sfida attoriale ben diverso dalle statue declamatorie di Straub/Huillet: Boutefeu è materia umana, i suoi drammi privati sono quelli in cui Wiseman si infiltra sempre invisibile nei doc (John Davey DOP come sempre anche qui), gli ambienti montati con tempi wisemaniani che riconosceresti da lontano sono concreti, presenti; non sono per nulla un luogo dell’anima, sono invece il limbo, o lo spazio liminale e impossibile, in cui Wiseman si è sempre mosso. Quello del montaggio soprattutto, un mondo che nel cinema del regista americano assume dei connotati seraficamente eterei, senza che nulla sia dato per scontato.

La scelta di un monologo di una moglie al marito “distratto” dai suoi pensieri si appaia bene con il film anomalo di un regista che ama il controcampo (qui totalmente assente), controcampo di cui Wiseman ha riscritto le regole all’interno delle dinamiche del documentario al cinema: in quest’assenza di un interlocutore (ma nella possibilità nuova e scardinante di una soggettiva, o di uno sguardo in camera), Wiseman scopre universi interi, muovendo - a dispetto di quello a cui è normalmente abituato - pochissimi passi.

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