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Operazione diabolica

Regia di John Frankenheimer vedi scheda film

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La recensione su Operazione diabolica

di maurizio73
8 stelle

F. ci conduce in una realtà alternativa in cui la finzione e l'inganno cedono al peso soverchiante delle sovrastrutture psicologiche, lasciando l'individuo sgomento e smarrito di fronte all'orrore di una identità posticcia, al crudele simulacro di una esistenza 'in vitro' che dalle illusioni di una 'rinascita' conduce nel baratro dei 'ritornanti'.

Maturo funzionario di banca che conduce una vita lavorativa e matrimoniale insoddisfacente viene irretito da una misteriosa e fantomatica corporazione che, in cambio di un lauto compenso e simulando la sua morte, cambierà la sua identità fisica e sociale attraverso un complesso intervento chirurgico di ringiovanimento e l'inizio di una nuova carriera quale affermato pittore, in una villa in riva al mare lontano dalla sua vecchia città. Dopo un periodo di iniziale adattamento alla sua nuova esistenza però inizia a mostrare segni di una preoccupante crisi di identità che induce gli spietati dirigenti della compagnia a dar seguito ad una drammatica ed irreversibile seconda fase...

 

 

Terzo di una trilogia della paranoia ('The Manchurian Candidate', 1962 e 'Seven Days in May', 1964) e tratto dal romanzo di fantapolitica di David Ely, il film di John Frankenheimer ci conduce lungo un percorso di allucinazioni sociologiche in cui gli elementi formali (camera in soggetiva, spiazzanti dettagli fisiognomici e le accortezze di un serrato montaggio) e quelli sostanziali legati alle suggestioni collettive di un'epoca di diffidenza e sospetto nel pieno della guerra fredda (variante sul tema della 'spia dormiente') trovano un perfetto equilibrio nel restituire un climax di sconcertante e spiazzante ambiguità, laddove l'identità individuale subisce le occulte manipolazioni di una insinuante volontà demiurgica in grado di determinarne caratteri e finalità. Benchè afflitto dalla prevedibile inverosimiglianza del soggetto (risolto attraverso gli studiati accorgimenti di una messa in scena che dal giallo psicologico digrada verso la 'paranoia del complotto' fino allo sconcertante e drammatico finale), l'autore conduce con coerenza e rigore gli elementi della narrazione disseminando il film degli insinunati segnali di una volontà eterodossa, suggerendo qua e là gli oscuri presagi di una sovrastruttura sociale governata dall'arbitrio e dal cinismo, un mondo di maschere irriconoscibili in cui nessuno è veramente chi dice di essere e dove la libertà individuale sembra assoggettarsi al governo dei pochi in grado di indurre in modo subliminale bisogni e desideri. Latamente critico verso gli aspetti ridondanti del sogno americano (la casa, la famiglia, la barca, la carriera. etc.), Frankenheimer ci conduce in una realtà alternativa in cui la finzione e l'inganno cedono al peso soverchiante delle sovrastrutture psicologiche, lasciando l'individuo sgomento e smarrito di fronte all'orrore di una identità posticcia, al crudele simulacro di una esistenza 'in vitro' che dalle illusioni di una 'rinascita' conduce nel baratro dell'abominio dei 'ritornanti' (i 'Seconds' del titolo), scarti eliminabili di un crudele e spietato programma sociale. Un pò fuori tema e forzatamente allusiva sul piano simbolico la scena di un orgiastico baccanale californiano al ritmo della Shanty 'Bottle-O' (non presente in tutte le versioni del montaggio). Ben equilibrato sul lato della tensione e ottimamente interpretato tanto dal maturo John Randolph che dall'aitante prestanza di un fascinoso Rock Hudson, si avvale di una preziosa colonna sonora del grande Jerry Goldsmith. A volte, si sa , ritornano.

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