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Bowling Saturne

Regia di Patricia Mazuy vedi scheda film

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La recensione su Bowling Saturne

di EightAndHalf
6 stelle

È difficile fare film esagerati, Mazuy li fa dagli anni Ottanta e li fa sempre diversi. Neanche lei, in conferenza stampa, è in grado di capire se c’è un metodo. Non sono ritratti psicologici, forse ci sono dei temi ma è soprattutto un insieme di momenti. La chiave che possa collegare film come Peaux de vaches, Travolta et moi e Bowling Saturne è da cercarsi in un’idea di essere umano che è mossa puramente da istinti, o dal tentativo di inscatolarli. Come in Peaux de vaches, Bowling Saturne è imperniato su un rapporto fra due fratelli, mosso da una voracità ineluttabile, espressa diversamente ma in ogni caso annichilente e oscura. È proprietà del maschio, in Mazuy: il maschio è feroce, cacciatore, fa fatica a vivere di tenerezza. “Non c’è amore in questo film”, ha detto Mazuy, “è un film noir che esplora il nero”. I meccanismi del polar ci sono tutti e muovono l’azione, la indirizzano su chiavi metaforiche evidenti che possono infastidire (uomo/cacciatore), ed è eppure un lavoro che vuole epurare una tragedia dagli elementi della tragedia. Ed ecco perché è un film esagerato.

Il polar di Mazuy è un thriller recitato per difetto. Non è Night Moves di Kelly Reichardt, ostinato nello slabbrare i ritmi di una trama semplice. In Bowling Saturne la spoliazione della tragedia è demandata alla recitazione degli attori, all’antispettacolarità della messa in scena, forse anche alla scelta di non adoperare i virtuosismi tipici del cinema di Mazuy prima del 2000. Attori in un mondo antispettacolare, che facciano violenza in un film non violento, devono trovare una chiave per funzionare e farsi capire, far capire i loro istinti. E Mazuy non ha affatto interesse a declassare l’istinto brutale maschile come un istinto di minore dignità cinematografica. È forse quello che l’ha più affascinata nel suo cinema da sempre, cercare di capire il maschio e il suo istinto feroce, e come ci si conviva.  E Bowling Saturne è un tentativo glaciale di replicarlo. Non c’è nulla da capire, la metafora è lampante e la trama pure. La costruzione non altrettanto (è un film di allucinanti dettagli e piccolezze). Ma questo candore serve a replicare una sensazione, che non è sinonimo di spettacolo e neanche di comprensione psicologica. Dunque sì, nel mondo delle idee di scrittura è scontato paragonare uno stupratore seriale a un cacciatore che vuole predare un felino. Ma la sua resa in questo film, che chiede al montaggio dei tempi specifici, agli attori di procedere in modo antinaturalistico, alla regia di soffermarsi su piccolezze e assonanze abissali, è tutt’un’altra storia.

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