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La bicicletta e il Badile - In viaggio come Hermann Buhl

Regia di Maurizio Panseri, Alberto Valtellina vedi scheda film

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La recensione su La bicicletta e il Badile - In viaggio come Hermann Buhl

di Attanasio
9 stelle

“La bicicletta e il Badile” non cede alla retorica di raccontare un’impresa umana eroica, ma restituisce l’umano come categoria porosa e in divenire aperta a mescolamenti, negoziazioni, in continua mutazione e co-evoluzione con altre forme di esistenza. (Carmen Pellegrinelli)

Riporto un commento ricevuto da una collega, Carmen Pellegrinelli, PhD Research Fellow in Social Sciences presso Lapin yliopisto I University of Lapland (Finlandia), regista e attrice, che ha avuto la possibilità di assistere a una proiezione pilota:

 

«Umano, post-umano: note sul film “La bicicletta e il Badile”

 Il sociologo francese Bruno Latour afferma che quando la ricercatrice inizia ad analizzare un fenomeno sociale prendendone in considerazione anche solo una piccola parte, può conoscerlo nella sua interezza tracciando le associazioni di cui partecipa. La realtà sociale umana e non umana può essere letta attraverso la ricostruzione delle connessioni che la attraversano. Il piccolo si connette al grande. L’umano è parte del non umano. Il locale è il globale. È così che seguendo la bicicletta di Hermann Buhl lungo le strade che portano fino alle pareti del Pizzo Badile in Engadina, Maurizio Panseri e Alberto Valtellina ci conducono in un percorso di connessioni tematiche e visuali che allargano il quadro fino a rendercene personalmente parte. Guardare questo film mi ha fatto pensare che io certe cose non le farò mai, eppure il filo del racconto mi ha preso fino a mostrarmi come in fondo mi riguardi. Non si parla in realtà d’imprese. L’umano è solo parzialmente al centro della scena. Si parla piuttosto di mutui influenzamenti e di affetti. L’ambiente montano, restituito con una meravigliosa fotografia, testimonia silenziosamente come la complessità del mondo non si traduca attraverso l’intenzionalità umana, ma con un’attenta descrizione degli incontri e delle relazioni che la popolano. Affetti. Quello di Kriemhild per il papà Hermann Buhl. Quello di Renata per la montagna, quello di Caterina e Martino per le arrampicate e di Guido per le salite in solitaria. L’affetto della montagna per i suoi camminatori e le sue scalatrici. Il suo improvviso chiudersi, sgretolarsi, sciogliersi, mutare. La paura che genera questo cambiamento. Il nostro trasformarsi al suo trasformarsi. La cura di chi la montagna la studia e che vorrebbe fermare il flusso del suo cambiare. La gentilezza e il rispetto di chi le si avvicina. Un senso di fragilità. Un equilibrio sempre precario.

 “La bicicletta e il Badile” mi riguarda perché non cede alla retorica di raccontare un’impresa umana eroica, ma restituisce l’umano come categoria porosa e in divenire aperta a mescolamenti, negoziazioni, in continua mutazione e co-evoluzione con altre forme di esistenza. Questa complessità si traduce drammaturgicamente in un impianto composto da più piani narrativi e tematici che si intersecano, rendendo il viaggio mosso e mai scontato. Una particolare menzione, a mio gusto, va al modo in cui vengono disegnati i personaggi, alla capacità di Valtellina di restituirli nella loro verità. Sono visti e ritratti con tale innocenza da risultare delicati. Li definirei svelati, attraverso un filo sottilissimo e invisibile d’ironia che parla attraverso indizi piccolissimi. Verso il finale, la sosta al trittico di Segantini “La natura”, “La vita” e “La morte” traduce in immagini pittoriche l’anima del film e forse il suo messaggio nascosto: siamo “incrocio” di energie e di presenze; siamo puntini, opere sempre incomplete; ibridi esposti a continue contaminazioni. Il quadro è armonioso se visto ad una certa distanza, ma dentro è un brulicare, un continuo reciproco aggiustamento e un perpetuo divenire

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