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Blonde

Regia di Andrew Dominik vedi scheda film

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La recensione su Blonde

di Antisistema
9 stelle

"Basta seguire la stella per ritrovare la strada di casa" (Gli Spostati 1961 - John Huston)

La fine è il principio di tutto, la vita è nata dalle stelle, ritornare ad esse nei titoli di coda è un pò come tornare a casa, ma a differenza di Vincent di Gattaca (1997), che sfrutta un razzo spaziale, Norma Jean (Ana De Armas) si emancipa definitivamente da quel "pezzo di carne" chiamato "corpo fisico", per anni umiliato, pubblicizzato, desiderato, degradato e sfruttato ad uso e consumo dei vari "Daddy" di turno, nonchè del potere industriale di Hollywood, che ne ha fatto un marchio di consumo (come sottolineato sin dal 1963 in modo lungimirante da Pier Paolo Pasolini nella sua poesia Marylin), venerato da legioni di spettatori quanto riconoscibile anche a distanza di decenni; forse anche riproducibile come fece Andy Wharol nei suoi dipinti. Tutto ciò in barba alla sua vera proprietaria Norma Jean, che neppure la morte in giovane età a soli 36 anni quel 4 Agosto 1962, ha potuto impedire codesto scempio.
Progetto coltivato per lungo tempo da Andrew Dominik, vittima anche di una post-produzione lunga quanto travagliata in merito al final cut, alla durata e il mantenimento di talune sequenze "forti", trova finalmente fine con la sua uscita il 28 Settembre 2022, vincendo il braccio di ferro contro Netflix, che però sancisce anche la sconfitta del cinema innanzi alla piattaforma di streaming, poichè non vedremo mai nelle sale italiane quest'opera tratta da un capolavoro della letteratura americana di Joyce Carol Oates.
Blonde (2022), fin dal titolo mette in primo piano la finzione; Marylin Monroe, creazione di un'immagine, che prima ancora di un'industria, trova la sua origine anni addietro alla visione della prima immagine del padre/daddy, per lo meno come affermato da sua madre Gladys (Julianne Nicholson), testimone inattendibile per via della sua instabilità mentale. Per tutta la vita, Norma Jean scissa nel suo alter-ego Marylin Monroe, cercherà di ritrovare la propria "Rosebound". Più che a David Lynch quindi, si guarda ad Orson Welles, ritornando alle origini del cinema moderno, tramite le transizioni anti-convenzionali, cambi di formato, colore-bianco e nero, il continuo riplasmare delle immagini e lo scomporre la realtà secondo la propria personale percezione, soffocata in modo barocco dalle immagini invasive di questa Marylin Monroe. Figura che distrugge il privato di una Norma Jean, oramai inscindibile dal suo essere "prodotto di massa", creato dalla macchina produttiva di Hollywood.
Marylin vive in quei colori iper-saturi valorizzati dalla potenza visiva del grande schermo, soggiogando milioni di platee in tutto il mondo. Un nome ed una figura titanica, che sovrasta l'originale Norma Jean, così innocente nella sua sessualità, eterna piccolina, le cui crepe vengono coperte dall'immagine strabordante del proprio alter-ego, ma non possono venire nascoste. La parete fratturata appena nascosta dal riquadro contenente la foto del padre, è una ferita che l'accompagnerà per tutta la propria esistenza.

Una ricerca eterna, impossibile da sanare, perchè le voragini dell'animo non sono quasi mai guaribili. Non con i rimedi fisici, ma l'affetto è cosa impossibile da ricevere per lungo periodo, da persone che hanno conosciuto Marylin Monroe, la bionda del sesso, non Norma Jean, del cui trauma sono pronti ad approfittarsene, per ottenere quel corpo status-symbol, celebrato da stampa, pubblicitari e giornali.
Blonde, rilegge la bionda più importante della storia del cinema, per trattare di tematiche universalmente sentite; il denudarsi nel disperato tentativo di gridare al mondo il proprio vero io, la maschera pirandelliana imposta dalla società, la massificazione di un corpo e l'essere immensamente grandi nella fama eppure sentirsi così soli, come per l'appunto quelle quelle abbaglianti nel cielo, destinate a brillare individualmente senza possibilità di congiungersi tra loro.

 

Ana de Armas

Blonde (2022): Ana de Armas


Il triangolo con Chaplin Jr e Robinson Jr., Joe Di Maggio e Arthur Miller (Adrien Brody), personalità estremamente differenti, eppure incapaci di scorgere il nucleo Norma Jean, dietro la facciata di Marylin Monroe. Rita Hayworth diceva di tutti i suoi uomini che andavano a dormire con Gilda e si svegliavano con lei, a nessuno interessa la persona, tutti vogliono il personaggio venduto da Hollywood. In questo senso, la ripetizione ossessiva dei concetti tematici si riverbera con coerenza nelle immagini bulimiche del "prodotto industriale", riempiendo lo schermo arrivando a strabordare dai lati.

Andrew Dominik, confeziona un grande atto di rispetto ed amore nei confronti della persona privata, lasciando sullo sfondo delle immagini e nei dialoghi dei personaggi l'ingombrante figura pubblica, che non viene gettata in pasto al pubblico per l'ennesima volta, come nelle varie pubblicità, citazioni e biopic passati, che mirano solo a perpetrare lo sfruttamento vampiresco di una figura che voleva solo essere capita per quello che era. Una donna vogliosa di imparare, capace di migliorare sè stessa progredendo nella recitazione (le perfomance pre-1956, presentano il loro interesse per una questione di magnetismo e presenza scenica, ma quelle da Fermata d'Autobus in poi, rivelano una vera attrice, che nonostante talune incertezze aveva deciso cosa fare professionalmente) e di discreta intelligenza, derivante non solo dalla lettura di libri di letteratura (Dostojievski, Joyce e Cechov), ma anche in grado di applicare le proprie letture in un'analisi comparata.
Norma Jean era una personalità ben più articolata e complessa della volgarizzazione fattane da Hollywood, ma in ogni tempo e luogo è sempre interessato la superficie, mai il guscio, al di più quest'ultimo utile per qualche articolo, mirante a generare ulteriori introiti monetari. In questo senso risulta perfettamente inserita, la sequenza con il presidente Kennedy, il grande "Daddy" degli USA, il santo martirizzato ingiustamente dopo la morte a Dallas nel 1963, quando fu autore tra l'altro di una politica estera,  ottusamente anti-comunista (Vietnam e Cuba), ed un "depravato" nel privato nelle relazioni con le sue "donne". 
Kennedy gode del sesso orale, fatto al suo "cannone in posizione", dalla bionda per eccellenza, facendo in questo modo, quel che tanti americani le avrebbero voluto fare nelle loro perverse fantasie, giungendo a spogliare Norma Jean, di ogni innocenza, per stuprarla selvaggiamente.
Considerevole l'aiuto di una Ana De Armas, notevolmente strepitosa, non tanto nella notevole somiglianza fisica (assolutamente necessaria per un discorso sull'immagine portato avanti da Dominik), ma nel far vivere perfettamente due metà che condividono un unico corpo, offrendo un ritratto estremamente rispettoso e colmo di amore nei confronti della persona Norma Jean, con la sua grande sensibilità e le proprie intime convinzioni soggettive, emerse con estremo candore nei "dialoghi" con il bimbo mai avuto; una lacerazione interiore che esige silenzioso rispetto, per il dolore sentitamente personale di una donna, che in quel preciso punto non vuole in alcun modo porsi a paladina universale della tematica dell'aborto o non aborto.
Andrew Dominik demistifica il "mito" ed il rapporto che gli spettatori hanno con esso a favore dell'umano. Lo sguardo è brutale, sgradevole e privo di compromessi sia nella durata che nella modalità, le critiche estremamente divisive sono sintomo di ciò, ma risulta in parte comprensibile l'inspiegabile accanimento di tanti recensori, riservato questo capolavoro, che nell'eccesso dell'imperfezione, trova la propria originalità d'essere.

 

Riposa per sempre in pace Norma Jean e che tra le stelle possa aver trovato quello che per tutta la vita hai cercato.

 

Ana de Armas

Blonde (2022): Ana de Armas

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