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Avatar: La via dell'acqua

Regia di James Cameron vedi scheda film

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La recensione su Avatar: La via dell'acqua

di Alvy
10 stelle

Pionieristico capolavoro di immersività che recupera la purezza espressiva del cinema muto per risvegliare l'occhio dello spettatore contemporaneo intorpidito da troppi stimoli visivi anche di scarsa qualità e dall'ossessione per le sceneggiature.

 

Quando la tecnica del sonoro venne applicata con successo al cinema, molti guardarono a questa rivoluzione copernicana con sentimenti contrastanti: da un lato l’eccitazione per le numerose possibilità che le talking pictures offrivano, dall’altro il timore che l’introduzione della ‘parola’, delle ‘linee dialogiche recitate’ potesse sporcare la perfezione e, soprattutto, l’universalità espressiva del cinema muto. Far recitare gli attori su grande schermo rischiava di compromettere il futuro del cinema come linguaggio indipendente dalla letteratura e dal teatro. In molti temevano che, da arte del montaggio, cioè basata sull’unione di immagini diverse, si trasformasse in una sorta di teatro filmato, cioè un’esperienza di serie B a uso e consumo delle masse. Narrare attraverso le immagini (anzi, frammenti di immagini a cui dare un senso compiuto) era una cosa, filmare una sceneggiatura era un’altra e riuscire a conciliare questi due aspetti non era scontato o banale: ancora oggi rappresenta la sfida artistica più difficile per chiunque si cimenti con la scrittura e la regia cinematografica. 

 

Senza parlare poi del problema della recitazione. Recitare all’epoca del muto atteneva molto di più all’ambito del circo, delle comiche, delle pantomime: il corpo dell’attore doveva recitare in maniera fortemente appariscente e ogni movimento muscolare era funzionale a sopperire all’assenza della parola. Ma cosa avrebbe significato recitare anche verbalmente dietro una macchina da presa? Non lo sapeva nessuno. E il rischio di attingere ad un immaginario teatrale contribuiva a far temere una diminuzione delle qualità dei nuovi film. 

 

Questo delicato momento della storia del cinema è stato straordinariamente ritratto nel capolavoro Cantando sotto la pioggia in cui il genere musical è cartina al tornasole di una magistrale riflessione sulle dicotomie immagine/dialogo, verità/finzione (ma sarebbe più corretto dire dietro-le-quinte/realtà drammaturgica), attore/controfigura, presa diretta/doppiaggio. 

 

Debbie Reynolds

Cantando sotto la pioggia (1952): Debbie Reynolds

 

A ben vedere, cos’è Cantando sotto la pioggia? È la storia del passaggio dal muto al sonoro? È la storia di come Hollywood generi Hollywood, cioè della nascita di un mito (paradisiaco o infernale che sia) e, per estensione, di tutti i miti? È solo un enorme dietro le quinte della nascita di una storia di successo e di un nuovo astro nascente? O è tutto questo messo insieme?

 

Avatar: la via dell’acqua si mette nella stessa scia del film targato Stanley Donen-Gene Kelly (ed è un curioso gioco del destino che la Cineteca di Bologna abbia deciso di riportare il leggendario musical nelle sale proprio in queste settimane all’interno dell’iniziativa Cinema Ritrovato) e, alle medesime primordiali (e irrisolvibili univocamente) questioni poste dal capolavoro del 1952, ne pone altre straordinariamente attuali. 

 

Zoë Saldana, Sam Worthington

Avatar: La via dell'acqua (2022): Zoë Saldana, Sam Worthington

 

James Cameron, il Re Mida del botteghino, il Cecil B. De Mille (o il David Lean, fate voi) dei nostri tempi, colui che ha ridato al blockbuster statunitense quella forza da kolossal bigger than life che aveva nella Hollywood classica e di cui è, ormai, l’unico demiurgo possibile, è prima di tutto un credente. James Cameron ha una fede cieca e smisurata nella forza straripante delle immagini, di per sé sufficienti ad incollare allo schermo per 193 minuti le platee di tutto il mondo. 

 

Se Cantando sotto la pioggia era, al tempo stesso, un’esaltazione e un’elegia del fare cinema, Avatar: la via dell’acqua è, al tempo stesso, è un’esaltazione e un’elegia del vedere cinema. Cosa significa, oggi, vedere un film? Cosa ci aspettiamo che significhi? Cosa vogliamo vedere? Siamo disposti a scrutare ciò che conta per davvero o vogliamo ricercare sempre e solo quel determinato bouquet emozionale? La nostra posizione spettatoriale, oggi che siamo bombardati continuamente dalle immagini, è attiva o passiva? Siamo disposti a credere alla finzione, siamo disposti a lasciarci andare, siamo disposti a divenire avatar di una storia di scontri tra alieni e umani su un altro pianeta? Cosa cerchiamo oggi nelle miriadi di schermi che ci passano davanti? Siamo disposti a seguire la direzione del regista (non a caso director in inglese)?

 

Nel 1952 il cinema era il non plus ultra tecnologico ed artistico: il fatto che fosse anche economicamente la modalità di intrattenimento audiovisivo più semplice da fruire lo poneva in una situazione di vantaggio assoluto. I creatori artistici erano in una posizione di attiva superiorità e le masse si lasciavano incantare dal fascino del grande schermo. Settant’anni dopo, in cui tutti abbiamo in tasca una macchina da presa discretamente potente e tutti siamo registi di audiovisivi, non ha più senso riflettere sul dietro-le-quinte del cinema, perché è talmente tanto parte della routine quotidiana di tutti da non poter suscitare più stupore.

 

Ecco, la stella cometa che agita il regista canadese è la spasmodica ricerca dello stupore e della meraviglia in un mondo contemporaneo che va anestetizzando cinicamente ogni forma di genuina emozione e capacità di commuoversi davanti ad uno schermo.

 

James Cameron mette noi spettatori al centro del suo discorso. Troppe immagini, troppi audiovisivi anche di scarsa qualità hanno finito per chiudere l’occhio umano, che ormai guarda ai film non come se fossero corpi vivi, pulsanti, caldi ma come se si trattasse di cadaveri gelidi da vivisezionare minuziosamente su un tavolo (si pensi all’ossessione - cui certamente il dilagare della serialità televisiva ha certamente contribuito - per la sceneggiatura, per le trame sempre più complesse e arzigogolate, quasi fossero fredde equazioni differenziali). Per combattere il cinismo spettatoriale dilagante, Cameron ci porge un piccolo strumento: gli occhialini 3D

 

scena

Avatar: La via dell'acqua (2022): scena

 

La tecnologia 3D racchiude il senso stesso del saper vedere. I see you, “io ti vedo”. La stereoscopia, nel fornire un’ulteriore dimensione di fruizione, nel far sentire ogni spettatore il protagonista di qualcosa di mai visto prima, è la chiave di lettura del film. Scoperchiare il vaso di Pandora (nomen omen) dell’atto di creazione artistica come faceva Cantando sotto la pioggia nel 1952 non ha più senso. Il vaso di Pandora che va scoperchiato nel 2022 è quello della fruizione spettatoriale, talmente tanto malleabile da rischiare di divenire sclerotica, pigra e settorializzata (e gli algoritmi delle piattaforme vanno esattamente in quella direzione). 

 

Sarebbe fin troppo facile – e il massacro social è già iniziato, a testimonianza di quanto saper vedere ormai sia un'abilità tutt'altro che scontata – elencare debolezze, banalità, implausibilità, ingenuità, ripetitività, finanche fallacie logiche della sceneggiatura. Ma liquidare Avatar 2 a mero esercizio di stile invalidato da una trama inconsistente sarebbe un grosso sbaglio.

 

Non è il 'cosa' a stare a cuore a Cameron, è il 'come'. James Cameron vuole educare i nostri occhi. Gli organi visivi umani sono al servizio del cervello, ai quali è collegato mediante il nervo ottico. James Cameron è quel nervo ottico, la tecnologia 3D è quel nervo ottico. 

 

Avatar: la via dell’acqua è un’opera d’avanguardia tecnica che, però, non si nutre dell’esibizione autoreferenziale dei muscoli delle possibilità del digitale e del motion e performance capture (sotto questo aspetto si tratta di un film che segnerà lo standard raggiungibile per i prossimi vent’anni) ma che fa del senso dello spettacolo (e della ricerca del miglior spettacolo possibile) la modalità privilegiata con cui far pervenire un’emozione. Non ci può essere emozione senza immersività. E la regia di Cameron è straordinaria nell’alternare sapientemente ritmi e tempi, protagonisti e comprimari. Il tutto senza perdere di vista i temi a lui più cari – che sono quelli di sempre (ma è davvero un problema, alla luce di quanto detto in precedenza?) – su cui predomina quello della genitorialità (biologica, di fatto, rifiutata, rimodulata, ambigua, contrastata, sfruttata, necessaria ma forse di comodo)

 

Sam Worthington

Avatar: La via dell'acqua (2022): Sam Worthington

 

Avatar: la via dell’acqua è un sequel. E i sequel dei genitori sono i figli, biologici o adottivi o provenienti da un passato artificiale innestato che siano. La dialettica che viene a crearsi sul saper seguire la strada che si ritenga davvero genuinamente valida per sé è straordinariamente interessante e non può non ricordare tanto Aliens (a partire dalla presenza di Sigourney Weaver in un ruolo diverso da quello del capostipite – scelta di per sé estremamente chiara: chi è alieno a chi?) quanto Titanic (come testimonia Kate Winslet) ed ovviamente il sottovalutato True Lies (spesso accusato a sproposito di familismo, come capiterà certamente a questo Avatar 2). Ma Cameron sa che non ci sia nulla di reazionario o conservatore nel voler dipingere il ritratto di una famiglia problematica ma comunque funzionale e necessaria alla crescita dell’individuo. Qualsiasi accusa di manicheismo non può non cadere davanti ad una seria analisi (ma basterebbe una mera descrizione visuale) del rapporto Stephen Lang-Jack Champion, a riprova della pluralità dei lodevoli intenti dello script (firmato anche da Rick Jaffa e Amanda Silver, dopo anni di riscritture). 

 

Cionondimeno, tutte le tematiche trattate sono puro specchietto per le allodole per portare le platee a ritrovare in un film la magia di un sogno ad occhi aperti, in cui il tempo per pensare è poco e la via maestra è il saper farsi trascinare dall’immersività delle ambientazioni e del divenire avatar di un racconto fantascientifico 

 

Sigourney Weaver

Avatar: La via dell'acqua (2022): Sigourney Weaver

 

Che gli attori recitino tutti (o quasi) in motion e performance capture ci interessa davvero poco. Così come ci interessa davvero poco sapere che la voce di Lina Lamont in Cantando sotto la pioggia sia sua o di Kathy Selden (senza dimenticare l’ennesimo cortocircuito: qual è la vera voce di Jean Hagen, interprete di Lina Lamont? Jean Hagen finge di avere una voce stridula in modo da poter essere sfruttata a fini drammaturgici da Donen e Kelly? È davvero importante saperlo?). Ogni prestigio ha i propri trucchi. Ma è più importante individuare i trucchi come se dovessimo risolvere cinicamente un'equazione o godersi il prestigio? Cameron (come Kelly e Donen nel 1952) ci invita a scegliere la seconda opzione

 

Che i temi trattati siano ampiamente già visti ci interessa davvero poco. Se dovessimo seguire una simile linea, allora tutto ciò che è venuto dopo Omero è già vecchio. Cantando sotto la pioggia non dice nulla di clamorosamente nuovo sul passaggio muto-sonoro (appena due anni prima era uscito Viale del tramonto di Billy Wilder) ma il modo in cui lo metta in scena è assolutamente straordinario, fresco e nuovo. Una gioia per gli occhi quanto lo possa essere oggi Avatar 2

 

Che le delineazioni della trama siano semplici o prevedibili ci interessa ancora meno. Ragionando così superficialmente, Lo squalo è 'solo' la storia di un pesce che terrorizza un litorale, Heat è 'solo' l'ennesima storia di guardie e ladri (oggi il leggendario incontro al diner tra Pacino e De Niro verrebbe liquidato come improbabile), Parasite è solo l'ennesima storia di arrampicatori sociali. Il fatto che si possa individuare per ognuno di questi capolavori almeno un eccellente precursore (rispettivamente Gli uccelli, Rififi e Il servo) non ha alcuna rilevanza perché anche i genitori sono a loro volta figli di qualcuno, magari di un'espressione artistica differente. E Avatar 2 coglie anche questa problematica ragionando brillantemente sul rapporto ispirazione-ispirato, idea(le)-concretizzazione, e quindi anche metacinematograficamente sul proprio essere il sequel del film di maggiore incasso della storia del cinema. E non è grave né sbagliato che un sequel possa ripercorrere anche numerosi tratti del capitolo principale. 

 

Gene Kelly

Cantando sotto la pioggia (1952): Gene Kelly

 

scena

Avatar: La via dell'acqua (2022): scena

 

Steven Spielberg raccontò di quanto la sequenza dell'attraversamento del deserto del Nefud in Lawrence d'Arabia abbia portato le centinaia di spettatori che erano insieme a lui in sala ad alzarsi per andare a prendere bibite ghiacciate. David Lean (uno che di kolossal se ne intendeva) aveva disidratato centinaia di persone con un senso dello spettacolo e dello stupore incredibili. 

 

Parimenti James Cameron, coadiuvato dallo splendido lavoro del direttore della fotografia Russell Carpenter e dalla colonna sonora di Simon Franglen oltreché da un comparto tecnico il cui valore pionieristico val la pena rimarcare, usa il digitale e il 3D con la stessa convinzione fideistica che animava l'uso della pellicola 70mm da parte di Lean. 

 

Se Lawrence d'Arabia ha disidrato centinaia di persone, Avatar: la via dell'acqua le porterà a saper respirare sott'acqua.

 

Basterà indossare un occhialino 3D e lasciarsi andare al senso dell'avventura fantascientifica. Potere delle immagini dalla purezza espressiva da cinema muto. Non c'è linea dialogica che tenga. 

 

Grazie James Cameron, quanto ci eri mancato

 

scena

Lawrence d'Arabia (1962): scena

 

scena

Avatar: La via dell'acqua (2022): scena

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