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Holy Spider

Regia di Ali Abbasi vedi scheda film

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La recensione su Holy Spider

di port cros
7 stelle

qualche esagerazione e forzatura, tuttavia il film funziona come denuncia di una società profondamente misogina. Voto: 6,666 su 10

 
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Un serial killer di prostitute detto il Ragno insanguina le notti della città santa di Mashhad compiendo sedici omicidi tra il 2000 e il 2001.  Una storia vera, quella del più celebre serial killer iraniano, diviene spunto per il regista iraniano trapiantato in Danimarca Ali Abbasi per una denuncia della condizione della donna nel suo Paese di origine.

 
Protagonista è Rahimi, una giornalista risoluta ed intraprendente (Zar Amir Ebrahimi , premiata con la Palma d'oro alla migliore interpretazione femminile) sulle tracce dell'assassino, che non può permettersi di non essere tosta in una società dura e maschilista, dove per condurre la sua inchiesta deve discutere con gli albergatori per prenotare una stanza da sola e pure sopportare le avances di un poliziotto molesto. 

Ma Holy Spider non è un giallo sulle indagini per la scoperta del colpevole, anzi ci fa quasi subito vedere chi è l'assassino: un apparentemente tranquillissimo padre di famiglia di mezza età con moglie e due figli. L'uomo finge di essere un cliente per portare le prostitute nel suo appartamento,  strangolarle e poi gettate in un luogo isolato il cadavere avvolto in un tappeto. 
Nella finzione cinematografica il caso ha una svolta grazie alla decisione, davvero folle e spericolata, di Rahimi di fingersi una donna di strada per farsi adescare dal killer.
 
 
 
Saeed agisce per motivazioni morali, il suo obiettivo è purificare la città santa dal vizio e dalla corruzione rappresentata dalla prostituzione. Per questo dopo l'arresto continua a godere del sostegno della sua famiglia e viene difeso dall'opinione pubblica, addirittura sono organizzate manifestazioni di piazza per il suo rilascio. Sentendosi supportato, mantiene un atteggiamento sfacciato e impenitente sia al processo, dove si rivendica i suoi crimini presentandosi come un giustiziere divino, sia quando Rahimi lo intervista, quasi vantandosi che lei poteva essere la sua diciassettesima vittima.
Quando viene condannato dal Tribunale a morte e a cento frustate, personaggio influenti gli promettono che verrà salvato. E infatti il giorno dell'esecuzione fingono di frustarlo colpendo in realtà il muro, ma poi con una svolta, inaspettata viste le premesse, viene impiccato davvero.
 
Vi sono alcuni limiti, tra cui qualche esagerazione e forzatura nella figura della giornalista spericolata che cattura il serial killer, che è un personaggio totalmente inventato in sede di sceneggiatura, il vero Ragno non fu catturato in questo modo. Anche desta perplessità che la stessa stia nel luogo di esecuzione a ricordare ai boia che ci sono anche le frustate da dare. Inoltre non è ben spiegato perché i potenti illudano Saeed fino all'ultimo e poi lo giustizino, né si indaga la reazione dei suoi sostenitori all'impiccagione.
 
Tuttavia il film funziona come denuncia di una società profondamente misogina, dove le donne che fuoriescono dalla morale tradizionale sono viste come non-persone che non meritano di vivere, additate come colpevoli del loro stesso assassinio. Il regista Ali Abbasi ha dichiarato: "My intention was not to make a serial killer movie. I wanted to make a movie about a serial killer society". Così la vicenda di Saeed, il sostegno popolare che ha ricevuto, gli ostacoli incontrati da Rahimi diventano emblematici di una cultura patriarcale dove la sessualità femminile genera un tale orrore da rendere giustificabile estirpare con violenza chi la eserciti al di fuori dei ruoli e dei dettami della tradizione. 
 
La scena più disturbante, sul finale, è l'intervista al figlio del killer che ricostruisce orgoglioso per la telecamera la dinamica degli omicidi del papà, con la piccola sorellina chiamata a interpretare nella scenetta il ruolo delle vittime.
 
Voto: 6,666 su 10
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