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Il settimo sigillo

Regia di Ingmar Bergman vedi scheda film

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La recensione su Il settimo sigillo

di Antisistema
10 stelle

In'epoca dove da ogni film si devono trarre trilogie o universi condivisi di svariate decine di pellicole, dove ognuna dura circa 2 ore e mezza ed ha una profondità contenutistica pari al peso di un sassolino, vedere un'opera come il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman (1957) è un atto di resistenza contro lo scadimento della settima arte e una dichiarazione d'amore verso il cinema vero, che non richiede di allungare ogni scena all'inverosimile o usare un misero spunto per tirare a campare vari film, ma in poco più di 90' minuti condensa una miriade di concetti universali, affrontandolo con argomentazioni di rara profondità argomentativa e scandaglio psicologico dei personaggi. 

Vedere il Settimo Sigillo è come bere un frappè superconentrato di gusti, dove i sapori non fanno a cazzotti tra loro, ma riescono ad armonizzarsi alla perfezione richiedendo l'impegno degustativo per assaporare ogni singolo ingrediante, finendo poi con il sentirsi alla fine del pasto piacevolmente nauseato per il concentrato di gusti ingeriti, ma consapevoli di aver assaporato un qualcosa di difficilmente gustabile in futuro. 

Antonius Block (Max Von Sydow) vaga in una Svezia di metà 300' flaggellata dalla peste dopo aver passato anni in una crociata insieme al suo scudiero Jons (Gunnar Bjonstrand), ma lungo il tragitto di ritorno al proprio castello, su una spiaggia che sembra quella del Purgatorio di Dantesca memoria, il cavaliere crociato incontra la Morte (Bengt Ekerot), la quale reclama la sua vita, ma l'uomo riesce ad ottenere un rinvio della sua dipartita decidendo di sfidarla a scacchi. L'atmosfera è tetra e cupa, siamo alle soglie dell'apocalisse, la gente scappa dalla peste invocando l'intervento divino per placare la piaga, senza ottenere alcuna risposta e finendo con il peggiorare solo l'epidemia per via degli assembramenti durante le processioni religiose, la loro fede è una tacita accettazione dell'esistente e la peste non è altro che una prova divina da dover sopportare in modo passivo senza porsi alcuna domanda sul perchè essa non cessi. Nell'assenza di Dio o nel suo silenzio, il cavaliere crociato tramite la partita a scacchi cerca di guadagnare tempo per sciogliere questo suo dubbio amletico, il mondo di cui ha concezione è fatto di bianchi o neri fortemente contrastati tra loro (strepitosa la fotografia di Gunnar Fischer), come il colore degli scacchi, il nero non è mai stato così oscuro e profondo come l'abisso dell'ignoto che spaventa l'uomo, mentre il bianco simbolo di luce non offre risposte perchè esso non riscalda nè illumina il sentiero percorso dall'uomo. Lungo il suo cammino la dicotomia colorimetrica viene sempre più messa in discussione sino a fondersi in un grigio pastoso e tetro tipico del nord Europa, come è lo stato d'animo del cavaliere che si apre sinceramente nella profondissima scena del confessionale, scambiando la morte per un prete, nel tentativo di trovare certezze e risposte ai suoi dubbi esistenziali. Abbiamo un confronto tra la morte in quanto entità universale e il cavaliere portatore di morte, che durante la crociata ha ucciso chissà quanta gente in nome della sua fede.

 

 

Da una fede a-critica, siamo passati ad attestazione religiosa molto più dubbiosa, la peste ha sconvolto tutto l'esistente e non accenna in alcun modo a placarsi nonostante le suppliche e le processioni numerose volte a far si che il contagio si fermi, forse a questo punto vale la pena mandare al diavolo il tutto e pensare a campare come meglio si può fino alla propria dipartita imminente oppure nel tentativo estremo di risolvere la situazione, cercare rifugio in credenze e superstizioni di stampo pagano come trovare una presunta strega adoratrice del demonio secondo loro e quindi responsabile dell'epidemia. Sempre più scettico e dubbioso della propria fede, il cavaliere chiede un'attestazione della presenza di Dio, ma in questo modo verrebbe meno l'aspetto tipico della fede; il credere senza avere un segno tangibile della presenza divina nel mondo, specie poi quando esso sembra oramai alla sua fine. 

L'essere umano, specie se prossimo alla dipartita, non può accettare di concludere la propria vita nell'abisso del nulla, non può il cavaliere che ha speso 10 anni in una crociata che a conti fatti è sarebbe risultata solo un inutile massacro fine a sè stesso, oltre che spreco totale di larga parte della propria esistenza, basterebbe un segno o anche solo un sussurro nelle profondità della propria anima di Dio per poter avere un ristoro sicuro e una dipartita serena, ma dubbio, angoscia e fede sono un tutt'uno, un'eterna lotta che presuppone un abbandono incondizionato a Dio senza nulla in cambio ed accettare l'esistente, ma porsi in questo modo in relazione con Dio implica svilire il concetto di uomo, subordinato e martoriato, senza mai una messa in discussione seria. 

La Morte potrebbe fornire risposte, ma essa non ha nulla a che fare con Dio o la religione, d'altronde a prescindere se si è credenti o meno, la morte è l'unica cosa certa ed uguale per tutti, un elemento del circolo della vita sempre esistito, si può rinviare tramite una partita a scacchi giocata in modo onorevole, ma come ben sanno Antonius Block ed il suo interprete Max Von Sydow, che c'ha lasciato da pochi mesi, alla fine il risultato della partita non può che essere lo scacco al re e quindi la sconfitta, un punto di arrivo comune a tutti gli esseri umani, a chi prima e chi dopo, chi di destra o chi di sinistra (o post-ideologico o apolitico o anarchico) e chi è credente (il cavaliere) o non credente (lo scudiero nichilista Jonas); una possibile risposta puramente personale sulla base della pellicola è forse smettere di porsi domande comuni a tutti gli uomini dotti o di un certo spessore culturale sin dall'antichità e di limitarsi a vivere la vita nelle sue cose che contano, non è un caso che l'unico momento di ristoro e serenità del cavaliere è quando incontra la famiglia di saltibanchi, a livello simbolico rappresentano l'arte, la famiglia e l'amore, tre elementi che danno "l'immortalità" e portano ad affrontare un'esistenza più serena, portando ad una pacificazione interiore del cavaliere e una concezione più misericordiosa e positiva nel vissuto della propria fede in rapporto a Dio. 

 

Bengt Ekerot, Max Von Sydow

Il settimo sigillo (1957): Bengt Ekerot, Max Von Sydow

 

Film aggiunto alla playlist dei capolavori : //www.filmtv.it/playlist/703149/capolavori-di-una-vita-al-cinema-tracce-per-una-cineteca-for/#rfr:user-96297

 

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