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Cast Away

Regia di Robert Zemeckis vedi scheda film

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La recensione su Cast Away

di FilmTv Rivista
8 stelle

Chuck Noland è un ingegnere della Federal Express. Il suo incarico è quello di risolvere i problemi, di snellire le procedure di consegna, di agevolare lo scambio e il passaggio di oggetti tra un mittente e un destinatario. Le lancette dell’orologio o gli impulsi dei display al quarzo, il trillo del cercapersone sono i compassi che misurano il respiro, la frenesia, il disagio della sua esistenza. Tenuta in ostaggio da una rete con maglie molto strette e molto soffocanti. Chuck non ha mai abbastanza tempo per se stesso, per la fidanzata Kelly (Helen Hunt), per gli amici. È prigioniero degli appuntamenti, della velocità, della simultaneità. È una comparsa senza soggetto della modernità. Vive di particelle, si nutre di una comunicazione accelerata perché le pause hanno perduto ogni valore e le domande sull’essere al mondo sono inutili scarti filosofici. Questa abnorme simulazione del presente precipita e si schianta nell’Oceano, insieme ad un aereo, al largo di un isolotto deserto. Chuck è solo, senza mezzi, costretto al silenzio e ad una estrema e postaristotelica unità di luogo, di azione e, nonostante i quattro anni che trascorreranno, di tempo (svuotato, dilatato, spaventoso). Dovrà nutrirsi, accendere il fuoco e, soprattutto, imparare a riconoscersi in una guerra per la sopravvivenza mai conclusa. Tra la nostalgia di casa e le maree, il ricordo di Kelly che sbiadisce insieme a una fotografia incastonata in un orologio rotto e la zattera, la pioggia, la balena, il tramonto, le rocce, la disperazione e lo splendore terribile della natura. Un frammento d’infinito. Perdersi e ritrovarsi, diversi, su un’isola o all’incrocio di strade (nella scena finale) che sembrano correre verso il nulla. Tom Hanks (un “a solo” magnifico) e Robert Zemeckis confidano, negando l’immaterialità incombente sulla fiction contemporanea, in un cinema antropocentrico, fatto di emozioni e di gesti elementari, di domande essenziali, di perplessità antitecnologiche, con il mito di Robinson Crusoe e di Ulisse, con la cultura della casa-base come nel baseball, del destino che non coincide con quello liofilizzato dalla reality-tv modello Survivor, degli oggetti che sono utensili e non riflesso patinato del consumo, del bisogno paradossale di una nuova preistoria.

 

Recensione pubblicata su FilmTV numero 4 del 2000

Autore: Enrico Magrelli

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