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Todo modo

Regia di Elio Petri vedi scheda film

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La recensione su Todo modo

di lamettrie
8 stelle

Un film bellissimo, dal punto di vista estetico e da quello della verità dei messaggi che lascia intendere

Un film bellissimo, dal punto di vista estetico e da quello della verità dei messaggi che lascia intendere. Petri ha valorizzato come meglio non poteva il soggetto grottesco, visionario e onirico, che probabilmente doveva già essere di alto livello, essendo un romanzo di Sciascia (romanzo che però non ho letto). In quelle atmosfere così profondamente e realmente psicopatologiche, c’è continuità rispetto all’anticlericalismo alla Fellini.

Esteticamente il film è impeccabile: oltre che per la sceneggiatura, come detto, anche per le musiche di Morricone, per la fotografia , per la scenografia di Ferretti (fantastici sono gli interni in cui è girato il film, che infatti è tutto in interni claustrofobici anni ‘70, tra le prigioni e le catacombe), per la recitazione. Su quest’ultimo aspetto non si può che sottolineare la prova, gigantesca come al solito, di Volontè, che risplende anche nei toni comici richiesti della parodia di Moro e del bigotto, nella perfetta resa di uno spiritualismo tanto intenso e sincero quanto allarmante per il fanatismo. La sua parte è difficilissima, e richiede la creatività che lui ci mette; ma al suo cospetto non sfigura Mastroianni, in una parte non meno difficile e intensa (personalmente ritengo molto sopravvalutato Mastroianni, che ha saputo fare soprattutto cose semplici in modo semplice; ma questa è un’eccezione evidente). Il film è introspettivo, valorizza le individualità, ma è anche splendidamente corale con il sottofondo di nevrosi collettiva; tutti i comprimari recitano perfettamente(Ciccio Ingrassia, Melato o chiunque alto preso a caso).

Se non si può attribuire il massimo dei voti, è perché di chiaro non si capisce granchè: avvicinandosi via via verso il finale, il senso diventa tanto minore, quanto aumenta il cumulo dei morti.

Comunque un messaggio passa in modo realistico, e c’è tutta la storia dell’Italia repubblicana sino ad oggi. 41 anni fa, nel ’76, erano solo 30 anni, ma poi non è cambiato granchè, neppure dopo i primi anni ’90 che pure avrebbero dovuto cambiare chissà che (fine del comunismo, tangentopoli, trattativa mafia-stato…). Forza Italia (col codazzo variegato di Lega, An, Udc…) e Pd hanno preso il testimone della Dc: un gruppo eterogeneo, in quanto composti da individui potenti che litigano; ma coeso, nel momento del rubare, come il film ribadisce correttamente a ogni pie’ sospinto. Ignoranti, per quanto apparentemente colti, e laidi in pieno, sono i componenti di quella classe dirigente del secondo dopoguerra. Non appaiono certo ignoranti i vari politici, magistrati, giornalisti, imprenditori che si raccolgono per quegli esercizi spirituali: ma ciò non toglie che hanno addosso il giudizio storico che meritano, quello di essere liberamente e coscientemente un’associazione a delinquere. E, quello che è più grave, è che tale associazione a delinquere sia rappresentata dalla stessa classe dirigente dello stato; quella classe dirigente politica per giunta è stata in qualche modo legittimata dal voto degli elettori. Che la classe dirigente dello stato fosse per vocazione dedita al crimine, si è visto anche pochi anni dopo con la P2: le categorie professionali citate sono quelle (imprenditori, politici …). Quasi tutti impuniti poi, peraltro.

Restano indimenticabili due frasi, che permettono di interpretare bene la storia italiana del secondo dopoguerra. La prima è di chi si proclama “servitore fedele di chiesa, Stati Uniti e ceto imprenditoriale”: per ricostruire la realtà di chi ha dominato l’Italia dal ’43, manca solo la mafia; aggiunte così le grandi criminalità organizzate, sono descritte le quattro realtà che negli ultimi 74 anni hanno deciso tutta la sorte del potere in Italia (se poi si eccettuano gli Usa, allora si parla della classe dirigente dall’Unità d’Italia, grosso  modo). L’altra frase è quella che il prete rivolge a Moro, che suona così, se non sbaglio: “Tu fai gli interessi di quei ricchi impostori che ti tengono al potere per il loro interesse”. Del resto in una democrazia disastrata (come sono e sono state pressochè tutte quelle messe in atto sinora, non certo solo in Italia) il politico non è autonomo, e non è neppure mai rappresentante dei cittadini, come però l’apparenza vorrebbe: in realtà è solo un burattino, in mano ai pochissimi ricchi che gli hanno permesso di fare una campagna elettorale vincente. Senza i soldi di quei ricchi, spesso dimostratisi disonesti (anche molto), la sconfitta elettorale sarebbe stata sicura; in tal caso non sarebbe servita a nulla la presenza di propositi etici seri nettamente migliori rispetto a quelli dei concorrenti.

 

 

 

 

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