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Trama

Alla morte del padre, Tesla e suo fratello Nik si ritrovano, per un singolare patto successorio, a dover convivere per un anno sotto lo stesso tetto, pur non essendosi più visti da più di vent’anni. Nella casa vivono anche i figli di Tesla: Sebastiano, un violoncellista di grande talento affetto da schizofrenia ad alto funzionamento, al quale la donna ha dedicato la vita e un’ossessiva e soffocante protezione, e Carolina, con la quale invece ha un rapporto difficile e conflittuale. La convivenza difficile innescherà scontri e continui battibecchi tra Nik e Tesla, due fratelli agli antipodi, e la nascita di un inaspettato forte legame tra Nik e suo nipote Sebastiano. Col tempo tutti troveranno pian piano un equilibrio, fino a quando una serie di eventi porteranno i personaggi a dover fare i conti con le proprie paure e segreti, in un difficile viaggio verso il perdono e l’accettazione di sé stessi e dei loro legami affettivi e familiari.

Curiosità

LA PAROLA AL REGISTA

Mio fratello, mia sorella è un film che vuole coinvolgere lo spettatore. Desidera afferrarlo e portarlo nella storia, immergerlo in una famiglia, farlo sentire parte del racconto ed emozionarlo.

Si potrebbe dire che il film tratta diversi argomenti: i rapporti familiari, la diversità, la disabilità, l’accettazione, l’attraversamento del dolore per giungere al perdono.

Tutti i personaggi compiono un viaggio attraverso il perdono, verso sé stessi inizialmente per poi intraprenderlo verso gli altri membri della famiglia. L’accettazione del perdono è sicuramente differente da un personaggio all’altro, ma il concetto si presta molto all’essenza stessa del film che abbiamo creato, il sotto testo del racconto. Si potrebbe dire che il concetto del perdono sia la cornice della storia e la famiglia la tela del quadro.

Mio fratello, mia sorella è anche un film di rapporti, di relazioni. Tra fratelli, genitori e figli, attraverso le generazioni e nel confronto tra esse. Il racconto per tematiche e accadimenti si presta a essere universale per lo spettatore, che può trovare dinamiche e sensazioni nelle quali riconoscersi o con le quali empatizzare.

Importante nella storia e nel film è sicuramente il modo in cui si tratta la schizofrenia. La cura messa nel modo in cui è descritta la patologia psichiatrica è molto centrale nel racconto e nei conflitti che si creano tra i personaggi, ma il focus della storia rimane la famiglia e le relazioni all’interno di essa.

Mio fratello, mia sorella si basa e si fonda molto sull’interpretazione dei suoi attori. Solo attraverso il loro lavoro, la loro capacità di essere quanto più veri e credibili che tutto diventa tangibile e profondo. Gli attori hanno preparato il film con grande professionalità, entusiasmo e dovizia dei particolari. Si sono avvalsi di esperti per ogni aspetto della loro interpretazione: psichiatri, musicisti e sportivi professionisti, per rendere al meglio le caratteristiche dei propri personaggi e affinare l’interpretazione che ne hanno dato.

Il lavoro con gli attori è molto importante nel mio concetto di cinema. Il cast è stato scelto accuratamente secondo le qualità e le caratteristiche non solo tecniche, ma anche umane di ogni interprete, che ho potuto dirigere con libertà, ma anche con una reciproca e proficua condivisione di visioni, idee e proposte artistiche.

A supporto di questa ricerca di credibilità e d’empatia con lo spettatore, hanno un ruolo fondamentale le musiche, la fotografia e la scenografia del film. Il loro compito è quello di supportare e aiutare nell’immersione nella storia. La musica è un aspetto molto importante e delicato all’interno del film. Non accompagna solamente il susseguirsi delle emozioni, ma ha un importante ruolo narrativo, legato al background dei personaggi principali, fondendosi spesso con le immagini in un simbolico abbraccio emotivo.

Un altro accento doveroso all’interno del film va dato all’importanza della casa: la casa è il “movente”, il mezzo attraverso il quale il perdono si compie, un luogo dell’anima e della storia di una famiglia.

Il film gode di momenti molto intimi, ma allo stesso tempo di grandi spazi, dinamismo e spettacolarità, come per le scene di kitesurf o quelle di footing o durante la partita di basket.

Ogni scelta di inquadratura o movimento di camera, sia in interno che in esterno, cerca di avere un valore, una funzione narrativa oltre ad una godibilità visiva, con l’intenzione di dare la sensazione che vogliamo restituire a chi guarda il film, ovvero: intensità, respiro e senso di libertà.

NOTE DI SCENEGGIATURA

Mio fratello, mia sorella, scritto a quattro mani da Paola Mammini e Roberto Capucci, che ne è anche il regista, ha alla base una “scommessa” postuma fatta da un padre che cerca di rimediare ai suoi errori costringendo i propri figli a convivere per un anno e darsi la possibilità sia di ritrovarsi dopo tanti anni, che di perdonarsi l’uno con l’altra.

Il rapporto tra due generazioni di fratelli, Nik e Tesla e dei figli di lei, Sebastiano e Carolina, è alla base di questo quadrilatero relazionale, che si incrocia tra generazioni anche nei rapporti e nelle responsabilità genitoriali, e negli effetti che queste hanno nel carattere e nelle azioni dei personaggi e, in un certo senso, di ogni essere umano.

Al di fuori della “famiglia” agiscono solo due altre figure, per certi versi in antitesi tra loro, tra passato e presente, ma che hanno un ruolo importante nello svolgersi delle vicende: Emma e Giada.

Il film parla di relazioni, protezione, ossessione, accettazione, dipendenza reale ma anche affettiva, conflitti e perdono. Centrale è anche il tema legato alla disabilità mentale e nello specifico la schizofrenia, di cui soffre Sebastiano.

Il lavoro si ricerca e di credibilità di questa importante patologia, poco conosciuta e considerata rispetto a quanto si dovrebbe, è stato lungo e accurato, ma anche molto interessante. Grazie al supporto della SIP (Società Italiana Psichiatria) e di alcuni tra i più importanti psichiatri in Italia, abbiamo cercato di rendere il più possibile verosimile e accurata la descrizione della patologia.

Il nostro approccio è stato umile ma allo stesso tempo profondamente curioso. Attraverso il supporto degli stessi psichiatri abbiamo potuto parlare con i pazienti e i parenti di questi, per documentarci, ma anche per poter mostrare poi agli attori stessi, le dinamiche e le caratteristiche della malattia, con l’obiettivo di creare empatia con lo spettatore e verosimiglianza con la realtà. Abbiamo studiato le crisi psicotiche, le voci, le stereotipie, le famiglie cosiddette “schizofrenogene” e capito quanto sia invalidante questo tipo di malattia non solo per chi ne soffre, ma anche per i parenti più prossimi.

La scelta e la sfida che abbiamo compiuto, prima in scrittura e poi in regia, è stata quella di mostrare la malattia esattamente come la potrebbe osservare chiunque esternamente, evitando la parte visiva allucinatoria, che difficilmente si riscontra in pazienti come Sebastiano, definiti ad “alta funzionalità”. Sicuramente farlo sarebbe stata una scelta più facile e “spettacolare” ma di sicuro avrebbe reso la narrazione meno realistica. Abbiamo invece voluto rendere dignità e veridicità alla patologia, mantenendo comunque intatte le capacità relazionali emotive del personaggio affetto, proprie del suo stato di gravità della malattia.

Sebastiano, quindi, parla con “Kelvin” che non sentiamo mai, ma comunque ne percepiamo la presenza, l’ingerenza e le dinamiche di rapporto con il ragazzo. Questo non vuol dire che Mio fratello, mia sorella sia una specie di docu-film sulla schizofrenia, piuttosto, abbiamo cercato di armonizzare la verosimiglianza della patologia con il racconto.

Questa gravosa “sfida” l’abbiamo poi messa nelle mani degli attori, cercando di monitorare passo dopo passo (anche grazie al supporto degli specialisti che ci hanno seguito), ogni scena, tenendo comunque centrali le relazioni e i conflitti e l’argomento del film che poi è alla base di quello che abbiamo imparato nella nostra “ricerca”: da questa malattia non si guarisce ma ci si può imparare a convivere, proprio attraverso la forza dei rapporti umani che sono centrali nella tematica del film che abbiamo voluto raccontare.

Commenti (1) vedi tutti

  • Da 4 stelle tutto il film, meno la fine: parrebbe che ad un certo punto dellla storia, raccontata in modo pregevole, sceneggiatore o regista non sapessero come farla terminare.

    commento di Umbo
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