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Crimes of the Future

Regia di David Cronenberg vedi scheda film

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La recensione su Crimes of the Future

di mck
9 stelle

Riciclo tematico: imminente esistenza possibile. (E lunga vita al nuovo sesso.)

 

 

• It’s my paintbrush.

Benvenuti nell’Era della Pro(s)tesi con la seconda opera della carriera di David Cronenberg che il regista ha deciso di intitolare “Crimes of the Future”: la prima, più di mezzo secol’orsono, parlava di pedofilia “para-istituzionalizzata” - ma le cose non stanno così, e il finale rivelerà un percorso di auto-coscienza/denuncia da parte dell’io narrante protagonista - a causa di un virus che ha sterminato l’intera popolazione femminile umana in età post-puberale (“the HandMaid’s Tale” di Atwood/Miller e “Light of My Life” di Casey Affleck) e sessualmente matura - per poi mutare e colpire anche i maschi, e di parti (nel senso di gravidanze) androidi (nell’accezione opposta a ginoide) inscenati/indotti, con una ri-generazione di organi simulacro, mentre in questo lavoro “naturally unnatural”, costantemente visitato da mosche attratte dalla putrefazione salmastra di un’umanità che non si sta involvendo per tornare al mare, ma che nemmeno si sta evolvendo verso le stelle, pensato, scritto, prodotto e girato al tempo delle pandemie, delle guerre, della crisi economica e dei cambiamenti climatici (vale a dire dell’era postmoderna tutta, e, con cause scatenanti inidentiche, di sempre), gli organi alieni e le xeno-escrescenze linfatiche vengono tatuati, rimossi e catalogati in atti performativi [bisturi, sonde, pinze, forbici, divaricatori calligrafici: il tavolo chirurgico-autoptico è il suo pennello, afferma Caprice, una meraviglia di Lèa Seydoux (une Vieille Maîtresse, Midnight in Paris, l'Enfant d'en Haut, la Vie d'Adèle, the Lobster, France, the French Dispatch) che dispensa a pieni muscoli facciali, venendo sorpresa da due manutentrici di apparati biomedici & agenti infiltrate governative distese nude sul macchinario appena revisionato, Nadia Litz (Fear X) e Tanaya Beatty (YellowStone), l’impagabile sorriso che già ha regalato anche nel (p)rece(de)nte Tromperie / Deception / Inganno di un Desplechin in versione rothiana] fra l’elaborazione artistica (il letterale ritratto a china su carne di un clinico paesaggio interiore) e la burocratica manifestazione del potere costituito(si), e gl’impulsi parafiliaci irreciprocamente non consensuali non trovano (però il film principia con uno spietatamente ottuso infanticidio materno compiuto da Lihi Kornowski) ospitalità né correlazione alcuna con l’atto autoptico - scientifico, e fianco artistico, piuttosto che necrofilo - sul cadavere di un minore: dalla pro-creazione alla neoplasia funzionale/creativa.

E ora capiamo meglio le cose. Siamo più tolleranti e… penso che stiamo esagerando nel senso inverso, perché ora non c'è più nulla che è da pazzi. Non c'è più qualcosa che… Niente più malati mentali. Ci sono solo sindromi, dipendenze o preferenze, vero? Potrei tagliarmi le gambe, farmi montare le ruote e identificarmi in un passeggino… E, se dite che sono pazzo, siete dei bigotti. Un po' abusata, questa battuta, vero? "Mi identifico come un oggetto." [Si consideri a tal proposito "il Racconto dell'Elicottero" di Isabel Fall, e le conseguenze che la sua pubblicazione ha avuto sull'autrice; NdR.] È antiquata, ma voglio infastidire le persone. Perché è quello che offende la gente. Come l'umanità.
Ricky Gervais – “SuperNature” – 2022

 


• Un consulto s’un problema medico/politico: il corpo è la realtà.

È un film (no)body horror nato vecchio in partenza (come l’ottimo Don DeLillo di “Zero K”, il buon Ian McEwan di “Machines Like Me” e il significativo James G. Ballard della tetralogia dell’enclavi: autori che, come David Cronenberg, hanno da sempre costeggiato, quando invece non l’hanno proprio affrontata di petto, da dentro, la fantascienza), “Crimes of the Future”, generato dopo uno iato creativo durato quasi un decennio [ed ecco che il dell’ieri profeta della nuova carne (Shivers, Rabid, the Brood, Scanners, the Fly, Dead Ringers, Crash, eXistenZ), della vecchia mente (Spider, A Dangerous Method), dei nuovi media (Videodrome), dei soliti rapporti di classe (Cosmopolis) e della cronica creazione artistica (Naked Lunch, M. Butterfly, Maps to the Stars), in un eternamente uroborico loop spiraliforme, oggi è un (non dis)incantato osservatore e uno smaliziato trascrittore di una realtà (retro-futuro di un domani prossimo venturo) più degenerata e compromessa dei propri sogni/incubi premonitori], che anticipa e annuncia un avvenire alternativo/distopico molto prossimo calendaristicamente parlando, che passerà in un lampo, superato da un altro che oggi non si riesce neppure ad immaginare, e che sconfigge e ribalta qualsiasi pre-giudizio ponderato di cui lo spettatore poteva soffrire in partenza, sublimato ed eliminato sin dalle prime inquadrature (scenografate da Carol Spier, fotografate da Douglas Koch, montate da Christopher Donaldson e annotate/musicate dalla splendida partitura di Howard Shore), per poi proseguire lucido e profondo, acuto e stratificato, complesso e - col suo riciclare e rinverdire per il “mainstream” alcuni tòpoi fondamentali dell’Hard SF - sorprendente nel suo percorso attraverso l’epigenetica fantascientifica che nasce dal cosmopolita alzarsi progressivo ed esponenziale della soglia del dolore sino alla sua quasi totale evaporazione e scomparsa, accompagnato contingentemente o correlatamente dalla similarmente pressoché quasi completa immunità totale di Homo s. sapiens verso qualsiasi infezione e dalla randomica/puntiforme generazione gemmante d’idiopatici organi tumorali benigni geneticamente trasmissibili - ma nel modo più assoluto non nel senso lamarckiano del termine - che gli artisti tatuano ed asportano e il potere legislativo-esecutivo, sguinzagliando il giudiziario, la New Vice Unit, registra e cataloga per preservare la “razza”, in questo caso umana, bontà loro, e lo status quo.

We are living in the present. I think the main task of the science-fiction writer is to write about his own present; and when he does this, science fiction will at last come of age, and one will have a vital literature, for the first time, that is wholly concerned with the present, and will be that much more real for it.
James G. Ballard - “Science Fiction Cannot Be Immune from Change” - 1969 (lost in translation)

 


• Oggi tutti vogliono essere performative artists. 

Uno pensa: è relativamente anzianotto, quasi ottantenne. Uno pensa: sono 8 anni che non scrive/dirige, accontentandosi di fare l'attore, per esempio in quella boiata di "Star Trek: Discovery" (ed è l'unico che tiene testa alla cagnesca maledettitudine di Sonequa Martin-Green). Uno pensa... Ma che cazzo pensa, quest'uno? Non pensare, ch'è meglio, va', perché David Cronenberg è tornato ai fasti dello splendido uno-due de “A History of Violence” ed “Eastern Promises” (recando seco anche un magnifico Viggo Mortensen), conducendo lo spettatore, grazie ad una perfezione formale - stilisticamente canon col world building dell’autore di “eXistenZ” - che trasla la precisa e vasta sostanza contenutistica attraverso una narrazione che gronda, percola e suppura di significa(n)ti, nell’inner space tanto del corpo umano quanto dell’Hard SF speculativa/sociologica [l’evoluzione - casuale, ma condizionata, e/o causale, ma incontrollata - dell’essere umano, un contenitore/produttore di mente fatto di carne: la materia che esprime l’intelligenza/consapevolezza, l’universo che osserva, plasma, indaga e racconta sé stesso: si pensi a tal proposito al protagonista non umano (una bio-intelligenza “artificiale” steampunk), in un universo non umano, del racconto breve “Expiration” di Ted Chiang, che opera sé stesso, da vivo & in funzione, per scoprire gl’ingranaggi della vita e del mondo], ponendo quind’in essere, da una parte, una ipo-protezione dal dolore (quello somatico, dato da traumi non avvertiti: mi spezzo un osso del piede ma continuo a correre; e quello viscerale/riferito/idiopatico, dato da patologie o da sindromi acute non percepite: il diaframma ha un crampo ma continuo a correre), data dalla sua estinzione, con conseguente scomparsa dell’applicazione della sua prerogativa, quella di campanello/sirena d’allarme, spesso salvavita, e dall’altra una iper-protezione dalle infezioni, e nel mentre una sovragenerazione di organi che, anch’essi in un primo momento idiopatici, col passare del tempo si scopriranno avere, per lo meno alcuni di essi, aiutata la loro “innaturale natura” xeno-antropica dall’ingegneria umana, una funzione e forse uno scopo: quella di antropomorfi Falvobacterium in scala umana e non microscopica produttori di enzimi nylonase.

 

Mi identifico sessualmente come elicottero d’attacco. Bugia. Secondo il manuale tecnico dell’esercito americano, Il soldato come sistema, “elicottero d’attacco” è un’identità di genere, non un sesso biologico. Le mie piastrine e il modulo 3349 dicono che il mio corpo è quello di una femmina somatica con cariotipo xx. Ma, a dirla tutta, non è una bugia. Il mio corpo è un elemento della mia missione, subordinato a ciò che sono veramente. Se dico che sono un elicottero d’attacco, allora lo sono anche il mio corpo, il mio sesso. Ve lo dimostrerò. Quando mi sono arruolata nell’esercito ho acconsentito a una riassegnazione di genere tattica. Era obbligatoria per il Corpo Speciale in 16 cui stavo entrando a far parte. Ero nervosa. Prima, non ero mai stata altro che una donna. Ma avevo deciso che avevo chiuso con l’essere donna, con quello che l’essere donna poteva fare per me; volevo essere qualcosa di furiosamente nuovo. Alle persone che dicono che una donna si sarebbe rifiutata di fare quello che faccio io, dico: Non è proprio questo il punto? Io volo...  

Isabel Fall - "the Helicopter Story" - 2020 

 

 

• Il corpo collassa nella realtà: la mente ne è annichilita.

 

[Ma esseri umani che si "auto"-evolvono in mangia-plastica come dei batteri "qualunque" (confrontare a tal proposito il bel racconto breve di Hard-SF del 2017 scritto da Finbarr O'Reilly, the Last Boat-Builder in BallyVoloon”, in cui a digerire i polimeri organici artificiali sono dei calamari geneticamente modificati che... si spingono ben oltre lo scopo prefissato per cui furono creati) è un'idea ottimista, speranzosa, solar-punk!]


"The Act of Seeing with One’s Own Eyes" – Stan Brakhage – 1971 (Nota: il documentario è in origine muto: potete aggiungere il Clair de Lune di Debussy così come Here Comes the Night dei Beach Boys...)

 


"De Humani Corporis Fabrica" – Andrea Vesalio (1542-’43) e Verena Paravel & Lucien Castaing-Taylor (2022)

 


"La Lezione di Anatomia del Dottor Tulp" – Rembrandt Harmenszoon van Rijn – 1632 (Cliccare sull'immagine per ingrandirla.)

 



Vale ora la pena riportare integralmente qualche linea di dialogo [e il pensiero corre alla prosa sgorgantemente densa dell’alfabeto di fuoco/fiamm(eggi)ante (“the Flame Alphabet”) di Ben Marcus] tratta dallo script cronenberghiano:

- Come si può considerare arte una crescita tumorale? Dove sono l'elaborazione emotiva, e la comprensione filosofica, fondamentali per tutta l'arte?
- Hmpf! [Come fa “Hmpf!” Kristen Stewart, solo Kristen Stewart.]
- Sentite… Ho un nodulo sull'addome. Lo vedete? Picasso? Duchamp? Francis Bacon, forse? Sono un artista?
- Rimuove la ribellione dal proprio corpo e ne prende il controllo. Lo modella, lo tatua, lo mostra, ne fa spettacolo. Assume un significato, un significato molto potente e… in molti lo riconoscono.
- […] A me pare che l'artista sia Caprice. Tenser è solo un semplice donatore di organi.
- Beh, ci sono le esibizioni. E poi c’è la questione della volontà.
- Volontà?
- Sì. Crediamo che a un certo livello, forse nel subconscio, Saul Tenser voglia che questi neo-organi crescano. Comunque… Dovrebbe davvero farsi vedere quel nodulo all'addome. [Grandissimo Don McKellar.]

- Sei uno che combatte ciò che è veramente. Non lo vedi? Lascia che il tuo corpo ti conduca dove vuole, invece di… farlo a pezzi e mostrarlo in qualche museo nascosto, come le ossa di un animale estinto.
- Saul sarebbe già morto se avesse ascoltato un tale consiglio. Il suo corpo vuole ucciderlo. Noi trasformiamo in arte l'anarchia. Diamo significato al vuoto.
- Davvero? Non credi invece di interferire in un fantastico processo naturale, cui dovresti arrenderti?
- Hm. Mai pensato. […] Perché l'avete fatto?
- Perché i nostri corpi ci dicevano che era ora di cambiare, no? È ora che l'evoluzione si sincronizzi con la tecnologia. Dobbiamo iniziare a nutrirci dei nostri stessi rifiuti industriali. È destino.
- Se non puoi mangiare cibo normale…
- …mangi cibo moderno. Mangia-plastica. È così che ci chiamiamo.

- Quello che dici pare follia.
- Perché?
- Beh, stai dicendo che il tuo intervento, quello che ti ha permesso di mangiare la plastica, si è replicato geneticamente in tuo figlio? Che le caratteristiche acquisite chirurgicamente… sono diventate ereditarie? Ti tagli il mignolo… e i tuoi figli nascono senza mignolo?
- Brecken era un figlio del miracolo. Era tutto ciò che tutti volevamo essere. È quanto ti posso dire.
- Non so se ho capito il procedimento… Ma... perché uno spettacolo su Brecken?
- Perché volevo, un giorno, presentare mio figlio al mondo. Volevo mostrare al mondo che l'umanità aveva un futuro. Ed era buono. In pace e in armonia con il mondo tecnologico che abbiamo creato. Ora, ho solo la realtà del suo piccolo corpo, quale promessa di quel futuro. Non so come sarà. Ma so che sarà bellissimo.



Riciclo tematico: imminente esistenza possibile. (E lunga vita al nuovo sesso.) 

* * * * ¼ - 8.5                  

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