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Il partigiano Johnny

Regia di Guido Chiesa vedi scheda film

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La recensione su Il partigiano Johnny

di OGM
8 stelle

La Resistenza è una lotta a mani nude, combattuta da un esercito senza uniformi,  né caserme, né codice d’onore, ed armato soltanto di una genuina ed immatura idea di vita nuova e di libertà. La sua è una guerra giovane, perché alimentata dall’ingenuità dell’utopia e dall’incoscienza della sfida contro il mondo; però, nel contempo, è vecchia, in quanto appesantita dal fardello della stanchezza ed impastata nella grigia foschia del disincanto. In questo film, l’iniziale impianto teatrale è il rigido involucro di un’anima ideologica che fornisce lo spunto teorico all’azione, ma poi si dissolve al contatto con la realtà del campo di battaglia. Lo schema dialettico di nemici ed alleati finisce così per disgregarsi, inseguendo i rabbiosi brandelli di una  voglia di riscatto che degenera in sete di rivalsa e quindi in brama di vendetta.  La voce de Il partigiano Johnny è formata dai tanti gridi che inevitabilmente partono dalle ferite, benché siano consapevoli di perdersi nel vuoto: la causa comune affonda nel silenzio, quando gli individui rompono le righe, per urlare ognuno la propria personale sofferenza. Nasce così una melodia intermittente e disorganica,  fatta di accenti duri ed accordi isolati: è questo il tessuto aspro e tormentato di una storia in cui la posta in gioco non è la vittoria, e nemmeno più la sopravvivenza, ma solo la possibilità di un’uscita dignitosa da un conflitto che, nelle vicende particolari, ha tradito i propri obiettivi politici e trasceso i limiti dell’umanità.  

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