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Trama

URSS, 1938. Il capitano Fedor Volkonogov è integrato nel sistema delle forze dell'ordine, apprezzato dal comandante e rispettato dai colleghi. Arriva però il momento in cui la sua vita prende una scolta inaspettato: accusato a livello penale, riesce a fuggire prima dell'arresto trasformandosi da cacciatore in preda. Di notte, Fedor riceve un avvertimento dall'aldilà scoprendo di essere destinato all'inferno e ai tormenti eterni. Ha ancora la possibilità di essere accettato in Paradiso pentendosi ma almeno una persona dovrà prima concedergli sinceramente il perdono.

Curiosità

INTERVISTA AI REGISTI

Avete scritto insieme la sceneggiatura. Da dove è venuta l'ispirazione e come lavorate insieme?

NM: L'ispirazione per i nostri film spesso nasce dalle nostre paure. In questo caso, dalla paura della violenza e dell'aggressività, che purtroppo sono alcuni aspetti basici del mondo, sia di ieri sia di oggi.

AP: Quando lavoriamo insieme, abbiamo ruoli ben precisi: Natasha fa da regista e io da primo sceneggiatore. L'incrocio dei nostri punti di vista è ciò che rende fruttuosa la collaborazione.

Il film può essere visto come una riflessione sulla responsabilità morale dell'individuo in un sistema straordinariamente potente e disumano. Allo stesso tempo, usate elementi tipici del cinema di genere - scene di caccia da thriller, polizia ostinatamente al lavoro come nei procedural e richiami ai film horror - per allargare la storia. Cosa motiva queste scelte formali?

NM: Volevamo che il film avesse la stessa energia di una freccia in volo. con tutta l'azione compressa in un lasso di tempo molto breve. Come sfondo per il dramma, ci piaceva l'idea che il protagonista avesse solo 24 ore per risolvere il suo problema e non di più. 24 ore è tanto o è poco? Volkonogov riesce a vivere un'intera vita in quel lasso di tempo. Il ricorso ai generi è stato necessario per far sì che raccontassimo la profonda e complessa metamorfosi a cui va incontro una persona. Ci permettono, per continuare con la metafora, di mantenere in volo la freccia.

Il titolo che avete scelto allude al tema centrale del film: il capitano Volkonogov sa di essere responsabile di molti crimini ma decide di cercare la redenzione attraverso il perdono delle sue vittime o di altri che ha comunque fatto soffrire. Per farlo, deve fuggire dalla sua vita dall'interno del sistema ma può anche sottrarsi alle responsabilità? Cosa pensate che significhi per lui redimersi? Quale fuga cerca davvero? Cosa lo spinge verso la redenzione?

NM: Volkonogov attraversa diverse fasi nel relazionarsi con la redenzione. All'inizio, ha solo paura che, morendo, andrà all'inferno, dove sarà lentamente sventrato: in questa fase, non si è veramente pentito ma è motivato dall'istinto di sopravvivenza e desidera sfuggire alla sofferenza eterna. Ma, mentre comunica con coloro da cui cerca perdono, si rende conto che la vita non può sempre essere ridotta alla dicotomia "dolore/nessun dolore". Quindi, partendo da una motivazione egoistica che lo spinge semplicemente a salvarsi, diventa pian piano una persona capace di sentire anche la sofferenza deli altri e di pentirsi seriamente.

Con il personaggio del capitano Volkonogov avete messo in scena un protagonista profondamente conflittuale. Si tratta di un torturatore ben integrato in un sistema disumano ma allo stesso tempo non è scevro da autoanalisi e dalla capacità di comprendere quanto i suoi gesti siano atroci. Quando cerca di espiare i suoi peccati, sembra sincero nella ricerca di perdono. Può dunque essere crudele ma è anche in grado di compiere atti di vera gentilezza e sconfinata disperazione. Come siete riusciti a trovare tale equilibrio rendendolo un personaggio sì repellente ma ancora umano?

AC: Non è stato un compito facile. Ci abbiamo lavorato molto e, attraverso un processo scrupoloso, siamo arrivati alla versione finale dopo ben 27 bozze di sceneggiatura. Non è facile quando hai un antieroe per protagonista ma allo stesso tempo hai un grande potenziale a disposizione: ti puoi sbizzarrire nel descriverne i conflitti interiori. Abbiamo adorato l'idea che dentro quest'uomo convivano due potenti forze in guerra: l'istinto di sopravvivenza e l'anima.

NM: Importante è poi stata la scelta dell'attore per la parte. Avevamo bisogno di una persona all'apparenza semplice e senza particolari complicazioni che non sembrasse dapprima incline all'introspezione. Uno dei talenti principali dell'attore Yury Borisov è la capacità che ha di trasmettere espressioni tra loro diverse con il solo sguardo, dote che ci ha particolarmente colpiti e che ci è tornata utile quando avevamo bisogno di mostrare come cambiava il protagonista divenendo più complesso e crescendo come persona.

Molte delle scene rimangono sospese tra differenti toni. Spesso il grottesco prende il sopravvento anche nelle scene più strazianti. A cosa si deve il mix? Si tratta forse di una sorta di omaggio alla grande tradizione di scrittori russi come Gogol o Kharms?

NM: Amiamo il mix tra tragico e comico e lo abbiamo dimostrato già con il nostro primo film. Del resto, la vita è così. Quante volte piangiamo e ridiamo al tempo stesso?

AC: L'umorismo è uno strumento efficace per affrontare le tragedie.

Anche se è ambientato nel 1938, il film presenta dettagli anacronistici (dai costumi alle scenografie). La città senza nome è senza dubbio San Pietroburgo ma declinata in una versione da incubo. Quali sono le motivazioni dietro questa coraggiosa scelta?

AC: Il nostro film non è un dramma storico... è più una parabola fantasmagorica ambientata nel contesto di un particolare momento storico, gli anni Trenta. La chiamiamo "retro-utopia".

NM: Non volevamo fissarci sull'epoca perdendoci dietro ogni dettaglio perfettamente ricostruito o storicamente accurato. Ci interessava più creare una connessione molto forte tra i personaggi e il pubblico. La nostra priorità non era la ricostruzione storica ma la storia del capitano come persona.

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