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Zalava

Regia di Arsalan Amiri vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Zalava

di obyone
8 stelle

 

scena

Zalava (2021): scena

 

Venezia 78. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica.

"Zalava" è una gemma. Una pietra preziosa estratta dalla roccia arida della montagna. Un oggetto mistico, trascendentale, una macchina temporale che irrompe nello spazio della Settimana Internazionale della Critica per catapultare lo spettatore in uno luogo arcano in cui la quarta dimensione sembra essersi congelata in uno Status Quo di solitudine e miseria. Quel luogo e quel tempo sono l'Iran dello Scià nell'anno del Signore 1978. Poco prima che la rivoluzione musulmana scavasse un solco tra la sua stagione e quella che il regista Arsalan Amiri porta sullo schermo per evitarne l'oblio.

In un villaggio isolato di quelle montagne inospitali uno spirito maligno si propaga tra gli abitanti. I segni distintivi sono le chiazze bianche sulla pelle e le ciocche di capelli bianchi sul capo. Gli abitanti spaventati assoldano un esorcista affinché liberi la comunità dallo spirito. Il rito, tuttavia, è lungi dall'essere piacevole. La ragazza indemoniata fugge dal suo guaritore e cade dal tetto della casa. La gendarmeria, fuori paese, è chiamata a ripristinare la calma ma a nulla sembrano valere le spiegazioni logiche del sergente capo di fronte alla paura di uomini e donne. L'uomo coinvolge la dottoressa del villaggio, di cui è palesemente innamorato, l'unica che può aiutarlo a sconfiggere la superstizione dilagante.

Da c'entanni il popolo di Zalava è vittima dello spirito del male che colpisce i membri del villaggio causando la depigmentazione della cute e dei capelli. L'eccessivo isolamento ha causato il prosperare della malattia per via genetica come suggeriscono gli anomali dati raccolti dalla scienza medica sui campioni di urina oppure c'è qualcosa che va al di là della ragione? Se la dottoressa, la bella Malihe, suggerisce ad Amardan di assumere un atteggiamento meno critico verso la popolazione, il poliziotto ripudia ogni forma di superstizione abbandondosi alla logica, sua unica fede. Mentre il sangue, che esce dalle narici, avalla l'esistenza di una qualche anomalia fisica, gli abitanti si armano per spezzare l'incantesimo e ricacciare il demone coranico oltre le porte del villaggio una volta dissetato del sangue dei malati.

 

scena

Zalava (2021): scena

 

Il cinema iraniano da anni ci invia segnali dello stato di salute della democrazia del paese. Lo fa quasi esclusivamente con racconti del presente ed un registro neorealista. Arsalan Amiri, a contrario, guarda al passato e racconta un pezzo di società iraniana ben differente da quella di Teheran attingendo a ben altri generi quali il thriller e l'horror. Amiri sa benissimo che l'Iran di oggi è solo una proiezione di quello che fu durante l'impero della dinastia Pahlavi. Nelle campagne e nelle aride montagne il progresso non è ancora arrivato e l'ignoranza è radicata al pari della povertà. Oggi come allora.

La bravura di Amiri sta nel cavalcare con ondivaga destrezza il dorso irrequieto della censura di governo lasciando a ciascuno il piacere di interpretare i fatti avvenuti nel villaggio di Zalava. Alla vigilia della rivoluzione khomeinista la rappresentazione di una società (curda) così barbara accontenta la vanità del potere corrente, che guardandosi indietro, si compiace del ruolo liberatore e progressista che la storia gli ha assegnato. Eppure dietro a questa interpretazione ad uso e consumo della propaganda governativa, che permette di intascare il visto della censura islamica, c'è il paragone tra due società che hanno cambiato faccia e costumi, ma si sono macchiate della stessa mediocrità. Povertà e superstizione si sono rigenerate nutrendosi delle storture del modello rivoluzionario e del fondamentalismo islamico. Spingendoci in un territorio minato si potrebbe anzi vedere l'estremismo religioso, che rende aspra la lotta per i diritti civili, come il demone invisibile che propaga paura e morte fintantoché un abluzione di sangue ne riduce gli appetiti.

Apologia di governo o rappresentazione di un paese schiavo di una morale che sconfina nella becera superstizione? Ho ragione di credere che il dibattito si possa spostare da una posizione all'altra a seconda del luogo in cui venga proiettato il bellissimo film di Amiri. A mio avviso vale anche un'interpretazione meta-cinematografica. Amiri è rimasto in sella ed ha evitato quel colpi di fucile sulla rotula che avrebbe azzoppato la sua creatura a fronte della guarigione dal demone del dissenso governativo di cui il film potrebbe, in estrema sintesi, farsi veicolo. La gemma è salva ma il prezzo della libertà può essere elevato come la drammatica esplosione di violenza che libera i demoni interiori di ciascun abitante. Ne sanno qualcosa autori come Panahi e Rasoulof le cui libertà sono state ridimensionate dalle autorità governative. Amiri combatte con un nemico invisibile che a suo modo vince la partita ma probabilmente è destinato a perdere la guerra nonostante un presente tormentato da una visione pessimista del progresso.

Ricco di significati, nascosti nella polvere delle mulattiere, "Zalava" si dimostra tecnicamente ineccepibile nello sfruttare i paesaggi estremi del paese e la scenografia spoglia di un villaggio antico e scevro di beatitudine. La tensione, dapprima lieve e sotterranea cresce a dismisura accompagnata da suoni, lamenti, preghiere finché uno sparo assordante mette fine alla speranza di un futuro libero da schiavitù. Finale drammatico con echi di insperato romanticismo che fanno da contrappunto ad una storia maledetta dai toni grevi e dal lascito intriso di genuino sbigottimento.

Gran Premio della S.I.C. e Premio Fipresci a Venezia 78.

 

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Zalava (2021): scena

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