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Calcinculo

Regia di Chiara Bellosi vedi scheda film

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La recensione su Calcinculo

di giuvax
8 stelle

Una storia come tante, ma raccontata con intelligenza e con una finezza psicologica e di scrittura non così comuni, grazie a due protagonisti affiatatissimi e, ciascuno a suo modo, misteriosi e affascinanti.

Mi piacciono i film con le sceneggiature perfette, le storie scritte estraendo il massimo possibile dallo strumento della scrittura cinematografica. Sapevo, per questo, che mi sarebbe piaciuto Calcinculo dopo i primi tre minuti.

Una pancia, una bilancia. Una figlia grassa, una madre magra. Guardiamo questo quadro che contiene già una storia e ci aspettiamo, speriamo di trovare una madre affettuosa e comprensiva con una figlia adolescente, che attraversa quel periodo che già di per sé è forse il peggiore di tutta la vita, psicologicamente, ma che per questa anima è ancora meno facile, perché non rientra negli standard che la società accetta. Eppure non è così, non è la società che non la accetta in quanto grassa: c'è un solo momento in cui il mondo esterno appare, entra, si scontra con il suo percorso e subito ne esce, zittito in pochi istanti. Verrà dopo, a film inoltrato. Ora non si parla di un'adolescente grassa che il mondo vede come un'anomalia. Se è un'anomalia, al momento lo è solo per sua madre, che vede un corpo sbagliato, un corpo che andrebbe rimodellato come lei fa con il proprio, un corpo che ha modellato il suo con la gravidanza e con tutto quel che ne è conseguito, deviando anche il suo percorso. Il rapporto madre/figlia, centrale nella storia, verrà sviscerato e spiegato, sempre con poco, sempre con lo stretto indispensabile, in seguito, ma la sua cifra è tutta qua: un corpo che va aggiustato perché non sia il simbolo di un'adolescente che va aggiustata, un corpo che si spera si trasformi per rimediare agli errori di tutti.

Non importano i dettagli di questa relazione materna interrotta e frastagliata, quelli di cui verremo a conoscenza dopo. Bastano poche parole scambiate con il medico.

- Dottore, non è possibile che ci sia qualche problema ormonale? La ragazza mangia poco.

- No, non è possibile, deve attenersi strettamente alla dieta che le abbiamo dato.

- Sì, in effetti ha ragione, continueremo con la dieta.

Per qualche istante abbiamo sperato che la madre avesse l'intento di deresponsabilizzare la figlia, di comprenderla, di lanciarle un segnale di affetto, ma solo pochi istanti dopo, accettando la versione del medico, torna a quella che è la loro normalità, quella che in seguito verrà fuori nelle parole casuali, sincere ma crudelmente definitive "non è che non mi piaci, ma se solo fossi un po' più magra...". Si tratta di un mix di anaffettività e di rifiuto, esattamente come quando, fulmine a ciel sereno, Benedetta decide di rompere un muro e abbracciare la madre che, pur stupita, pochi istanti dopo riprende a sistemare la spesa nel frigorifero, senza farsi altre domande.

In quello studio medico, in pochi sguardi e nessuna parola d'affetto, il film è appena cominciato e tutte le dinamiche, tutte le informazioni fondamentali su questo rapporto rimarranno non dette, solo mostrate. 

La figlia è ben lungi dal mangiare poco, si ingozza di dolciumi che tiene nascosti in camera sua. Vorrei dire ben nascosti, ma non è così: che madre afferma di preoccuparsi per lei e per il fatto che si chiude in camera, ma poi non si fa passare nemmeno per l'anticamera del cervello di verificare cos'è che la figlia nasconde in quella scatola, ben in vista sull'armadio? Quale madre può considerare disordinati quei favolosi capelli lunghissimi neri e lucidi, l'unica volta che la figlia non li porta legati e mortificati?
Eppure non è tutto così chiaro, così schematico, così definitivo. Quando entra in scena l'altra metà del film, Amanda, splendidamente interpretata da un luminoso Andrea Carpenzano, non c'è niente di rassicurante, niente che porti lo spettatore a sperare che la nuova "amica" riempia un vuoto gigante alimentato dalla famiglia. Nel momento in cui Benedetta realizzerà la prima volta che c'è uno sfasamento in questo neonato rapporto, non sarà una sorpresa per lo spettatore, come non lo sarà la sua decisione di proseguire, testarda, ignorando tutti gli avvertimenti, tutti gli indizi disseminati fino a quel momento e oltre, che mirano a comporre un quadro fragile, incerto, perfino banale nella sua scontatezza, ma assolutamente affascinante nella sua costruzione silenziosa.

Benedetta farà delle cazzate come è normale che ne facciano i ragazzi della sua età, la madre farà e ha fatto delle cazzate, come è normale per un genitore che è arrivato impreparato e svogliato ad avere un figlio (d'altronde l'enorme distanza di età tra Benedetta e le sue sorelline parla di una maternità e una paternità travagliate, racconta una storia che non sapremo), il padre ha fatto e continua a fare le sue cazzate, Amanda sembra aver costruito un'intera vita sulle cazzate, tutte quelle che finora si è potuta permettere.

Eppure quel che si imprime nella retina non è l'immagine di un futuro incerto senza soluzioni consolatorie con cui si chiude il film, ma quei rarissimi sorrisi, timidamente accennati, che difficilmente si trasformeranno in una serena, libera e goduriosa risata, a cui Benedetta si abbandona quando non ha alcun filtro, alcuna imposizione, quando sgattaiola fuori dalle regole: ossia, quando balla nell'aria, nello spazio, dentro il suono.

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