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La lingua del Santo

Regia di Carlo Mazzacurati vedi scheda film

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La recensione su La lingua del Santo

di LorCio
8 stelle

Prendi Fabrizio Bentivoglio, per esempio. Qui interpreta Willy detto Alain Delon, un uomo di seconda mano lasciato dalla moglie Isabella Ferrari, di cui rimarrà innamorato per sempre. C’è una sequenza, da brividi, in cui la vede camminare, vestita di rosso, che vale la carriera di un attore. Bentivoglio è stupendo nei panni di questo totale fallito romantico e disilluso, eppure con il germe della ribellione disperata, alla ricerca di un tentativo di salvezza da sé in cui forse nemmeno crede più di tanto. Al suo fianco c’è un altro fallito come lui, Antonio Albanese cinico e tenero quanto basta. Insieme decidono di fare il colpo del secolo rubando la preziosa reliquia venerata in quel di Padova, uno di quei posti che sta in quell’ampio gruppo di luoghi che si alimenta del suo essere in mezzo al guado, tra la provincia pettegola (siamo pur sempre in Veneto) e la città più distaccata dalle beghe personali. Una città in cui convivono falliti come Willy e Antonio con insopportabili polentoni (Ivano Marescotti nei panni del nuovo marito della Ferrari) e ricchi industriali devoti quanto fumantini (gustoso ritrattino di Giulio Brogi), ma anche con la comunità rom (Toni Bertorelli ne è il capo) ed eremiti genialoidi (vedi Marco Paolini). Carlo Mazzacurati, che in sede di sceneggiatura si è fatto aiutare da Umberto Contarello, Franco Bernini e Marco Pettenello, ha cavato una commedia agra più che dolce, malinconica più che crudele, secca come il clima del Nord Est, quasi magica nelle suggestioni che mette in scena (le streghe volanti), sincera nel mostrare le sfortune di questi uomini sfortunati ma determinati ad ottenere un riscatto tutt’altro che retorico. Un film che è un viaggio della disperazione, sull’amicizia casuale e sulle conseguenze dell’amore, come una marea che sale e poi riscende per poi risalire, in un ciclo infinito che è monotonia del mestiere di vivere.

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