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Zlatan

Regia di Jens Sjögren vedi scheda film

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La recensione su Zlatan

di LAMPUR
5 stelle

locandina

Zlatan (2021): locandina

1° minuto di gioco. Le squadre entrano in campo. Cinema contro Zlatan. Ci aspettiamo una partita magica, ricca di colpi di scena. Decimo del primo tempo. Le squadre si studiano in campo. Forse un po’ troppo. Uno Zlatan bimbo dalla faccia furbetta e impertinente fa capire che non ha troppa voglia di sottostare alla scuola, agli amici, alla famiglia, alle regole un po’ tutte. Al venticinquesimo abbiamo capito che gli piacciono le biciclette. Una costante pare. A primo tempo scaduto sappiamo tutto della sua famiglia, delle sue insofferenze, dell’attore dalla faccia sbagliata che lo impersonerà fino alla consacrazione. A inizio ripresa (perché all’UCI fanno ancora primo e secondo tempo, tipo partita vera) siamo consci che gli allenatori non lo capiscono, che le donne devono essere puntuali, che la palla è sua e non la passa, e che continua a preferire le biciclette alle macchinone e iniziamo a chiederci se la lentezza e la compostezza registica siano adatte all’esuberanza dello Zlatan che conosciamo ora e che amiamo alla follia.
“Un film stile Ikea” lo hanno definito, solido ma senza botte di genio. E Zlatan scorre senza scosse, tra una capocciata all’avversario di turno e l’incontro col peggiore dei procuratori possibili.
Alla fine del film un sottotitolo avverte: “il resto è Storia”.
Ecco, forse è quel "resto" solo citato a procurare acquolina destinata presto a sciogliersi, con i titoli di coda e finalmente il vero Zlatan intervistato appena approdato alla Juve, e quell’espressione sfrontata e vincente neanche lontanamente paragonabile a quella quasi angelica e innocua di Granit Rushiti. Assistiamo ora golosi, praticamente al novantesimo, ad una serie di video cimeli con i gol più pazzeschi di Zlatan, mentre per tutto il film incombe un Ibra abbozzato, irrequieto e dalla adolescenza sofferta si, ma quasi una figurina lontana dalla belva che ancora oggi incute soggezione e rispetto solo all’apparire in campo, con appena accenni al furore agonistico, alla certosinità degli allenamenti, al culto della fisicità, alla mania per le arti marziali che lo renderanno unico nel suo giocare al calcio.

“Puoi tirar fuori il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo” avrebbe detto Ibra, e alla fine anche il film se ne resta buono nel ghetto del routinario, senza scosse particolari o scintille di genio compulsivo e devastante, tranne la predilezione per le bici altrui.

 

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