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They Talk

Regia di Giorgio Bruno vedi scheda film

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La recensione su They Talk

di inthemouthofEP
3 stelle

Un disastro totale. Inutili citazioni e scontatissimi topoi del genere si inseriscono in un film totalmente privo di mordente che non spaventa neanche per sbaglio, con una storia senza capo nè coda e degli attori abbastanza comici. Il finale poi è così confuso e improbabile da essere disarmante.

Tristezza. Se c'è un sentimento che ho provato uscito dalla sala dopo aver visto questo film è proprio la tristezza. E io sono triste soltanto in tre casi: 1) quando il Pisa perde; 2) quando non ho abbastanza soldi per comprare tutti i vinili che ho adocchiato e il venditore non mi fa credito; 3) quando vedo un film osceno. 

 

Inizialmente ero felicissimo di andare a vedere questo "They Talk" dell'italiano Giorgio Bruno: il trailer trovato per caso su YouTube mi aveva incuriosito e non poco, e poi questo film aveva un numero di recensioni veramente irrisorio (e ancora nessuna qui su Film Tv). Avevo quindi la fervente speranza di poter andare al cinema a vedere questo film prima di tutti, bruciare tutti sul tempo e vedere un capolavoro da poter consigliare ed esaltare su questo sito e con i miei amici. Nei miei sogni mi avrebbero tutti portato in trionfo per aver scovato tra i vari "Jungle cruise" e "Suicide Squad" un filmone italiano che avrebbe terrorizzato e sorpreso tutti con la sua potenza tutt'altro che mainstream.

 

Credo di non essermi mai sbagliato così tanto in tutta la mia vita. Perché mi sono ritrovato davanti un troiaio innominabile, un disastro totale che mi ha spinto in tre o quattro punti anche a pensare di lasciare la sala sbraitando per tutto il cinema. Era tanto che non vedevo qualcosa di simile.

 

Avevo capito che qualcosa non andava già prima di entrare in sala: l'addetto a controllare i biglietti, vedendo che film stavo andando a vedere, mi ha guardato con aria un po' perplessa nonché leggermente preoccupata, come se mi volesse avvertire che a vedere quel film non c'era ancora andato nessuno, oppure che i pochi che avevano tentato ne erano usciti parecchio inviperiti richiedendo i soldi indietro. Ma sono entrato.

 

Sala totalmente vuota.

 

"Ci sarà il suo motivo", direbbe Giovanni Storti.

 

Mai parole furono così profetiche.

 

Partiti i titoli di testa, una voce di una bambina si dipana per la sala, sussurrando subdolamente "Facciamo un segreto?", e le mie speranze continuano a crescere, sento che sto entrando nel film già dai titoli di testa proprio come mi capitò quando a dieci anni vidi per la prima volta Suspiria. E chissà, forse questo "They Talk" sarebbe risultato un titolo all'altezza del capolavoro di Argento, e perché no, magari anche superiore!

 

Ma ecco la prima scena, ed ecco che spofondo nell'abisso di Nietzsche: montaggio farraginoso, una bambina che va al rallentatore per poi fare uno scatto degno del miglior Mennea, e le mie risate si propagano per la sala vuota.

 

Mi ero messo a ridere all'inizio di un horror. E avevo già capito l'irreparibile, ovvero che questo film non sarebbe affatto migliorato, anzi...

 

Ora mi sa che dovrei parlare della trama. Ma come potrei ora anche solo fare un accenno a una trama così confusa, piena di cose senza senso e di colpi di scena telefonatissimi, una storia senza capo nè coda che non incuriosisce mai, ma anzi irrita per la sequela di inutili piste che non fanno altro che confondere lo spettatore?

 

Bene, ci proviamo: abbiamo un tecnico del suono (Alex) che sta lavorando a un documentario su una suora bruciata viva decenni prima perché spia degli americani, flashbacks a ruota di collo dei quali non si capisce nulla e con protagonisti tre bambini di cui uno è Alex da bambino, delle voci malefiche che sente soltanto il nostro biondo tecnico del suono e che lo tormentano per avvertirlo di qualcosa, due ragazze che vanno dietro al giovane e di cui una è la bambina dei flashbacks, delle persone scomparse nella località di Twin Lakes (perdona loro David, che non sanno quello che fanno!) e, per concludere la frittata, un giapponese che studia le voci dall'Aldilà e che parla come il capo nella pubblicità delle "Frisk".

 

E queste miriadi di strade vanno tutte a casissimo, disorientando lo spettatore che non ci capisce più nulla, complici anche dei dialoghi osceni, di cui rimane vittima uno spettatore che si ritrova in balia di una storia che non cattura mai l'interesse e che sembra non andare da nessuna parte, con personaggi profondi quanto una sogliola in sottopeso e un assordamento prodotto dalle musiche veramente eccessivo.

 

Il film non fa paura e molto raramente crea la giusta tensione, e quando per caso ci riesce spreca tutto con scene prevedibilissime o con situazioni comiche. Ci sono delle scene che mi hanno fatto ridere anche per minuti: su tutte ricordo quella in cui la signora amica del giapponese se ne va di casa urlando che queste voci "non smetteranno mai", sembrando più Orietta Berti che un'attrice in parte. Oppure quando la compagna del nostro protagonista pesta un piccolissimo frammento di vetro e lui la porta al pronto soccorso, dove ovviamente la accolgono subito, quando magari qui a Pisa ci devi stare a giornate prima di essere solo chiamato, per poi ritornare a casa quasi fosse stata colpita da una granata, e tutto questo, ripeto, perché ha pestato un piccolissimo frammento di vetro.

 

E poi le frequenze che sente il nostro Alex più che voci di morti ricordano io che giro la radio per riuscire a sentire Radio Freccia in galleria.

 

Come detto ci sono scene che non tornano e che fanno ridere, ma non è finita qui...

 

Una nota a parte meritano gli attori: oltre al giapponese con la voce delle pubblicità abbiamo una Rocio Munoz Morales nei panni di una dark traumatizzata e che potrebbe veramente provocare un collasso, nel notare quanto veramente poco sia in parte questa attrice già di suo non eccezionale. Per non parlare del doppiaggio... Si salva però il protagionista, abbastanza espressivo, anche se secondo me non ha la faccia per fare il protagonista, credo sia più adatto come comprimario.

 

Meglio poi non parlare di tutti gli scontatissimi topoi dell'horror che vengono qui reiterati dal regista con vana presunzione (l'altalena, la filastrocca...), oppure di tutte le innumerevoli citazioni che tornano a impasticciare questa roba informe: Bruno sembra citare Carpenter (nel titolo che ricorda "They live" e nel finale con la suora bruciata, che mi ricorda molto l'Anticristo de "Il Signore del Male), Argento ("Profondo rosso" col disegno dei bambini, la filastrocca e le gambe della bambina in fondo, che ricordano Lavia bambino che riprende il coltello insanguinato), Fulci (le lapidi all'inizio e la signora che piange sangue come in "Paura nella città dei morti viventi"), "Blair Witch Project" (con la storia del documentario), James Wan ("The Conjuring 2", con la suora che cammina dappertutto senza fare mai paura), e arrivando financo a ricordare Bergman ("Il Posto delle Fragole", quando il giapponese vede se stesso morto).

 

Ma tutti questi omaggi, che altrove potevano essere gustosi, qua diventano irritanti, e denotano una totale mancanza di inventiva che va a concludersi con un finale sbrigativo e piuttosto telefonato, con un montaggio farraginoso tipo "Saw" che cerca di ricondurre tutte le strade a una spiegazione definitiva, una spiegazione che arriva, confusa e parecchio dimenticabile, se non proprio irritante per una voglia latente di fare la morale ("Ognuno è responsabile delle proprie azioni" e roba simile), qui veramente evitabile.

 

Gli unici punti di forza sono la fotografia, una bella messa in scena e una regia di mestiere che non fa particolari disastri, tranne in alcune riprese coi droni veramente fuori luogo: una regia elegante e a tratti azzeccata che non riesce però mai a fare paura, complice anche una sceneggiatura che definire caotica sarebbe poco.

 

Finita la proiezione sono uscito dalla sala, più triste che arrabbiato, e dalla mia tristezza ho finalmente realizzato di aver visto un film totalmente fallimentare, che non riesce mai a trasportarti al suo interno, e che trova nei titoli di testa (e di coda) i punti più riusciti. Nel mezzo il nulla. 

 

E così, salito in macchina di mio padre, mi sono divertito molto di più a parlare delle ricezioni sbagliate oggi dalla Sylla e della giornata no della Fahr, ricordandomi a stento anche solo di aver visto questo film vuoto, inconsistente e così noiosamente banale. Altro che "filmone italiano", altro che "potenza tutt'altro che mainstream".

 

Peccato. 

 

 

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