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Belfast

Regia di Kenneth Branagh vedi scheda film

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La recensione su Belfast

di barabbovich
3 stelle

Belfast, 1969. In un quartiere operaio abitato in prevalenza da cattolici repubblicani, vivono anche il piccolo Buddy (Hill), 9 anni, e la sua famiglia di protestanti in perfetta armonia con tutto il vicinato. Ma il padre di Buddy, un infingardo che lavora in Inghilterra, vorrebbe portare via da lì i suoi congiunti e metterli al riparo dalla guerra civile. Per Buddy, che è peraltro invaghito di una compagna di classe, la sola ipotesi è un trauma.
Dopo la sbornia shakespeariana (Enrico V, Molto rumore per nulla, Nel bel mezzo di un gelido inverno, Hamlet, Macbeth) e quella su Agatha Christie (Assassinio sull'Orient Express, Assassinio sul Nilo), Branagh firma il suo film più personale e autobiografico, un coming of age con toni da commedia, nel quale la guerra civile nordirlandese rimane sempre sullo sfondo. In primo piano ci sono invece i risultati del compitino che il regista britannico sembra avere eseguito come un qualunque studentello del primo anno di una scuola di cinema. Il film, girato quasi interamente in un lezioso bianco e nero, non fa che alternare dall'inizio alla fine lo stesso schema: canzone di Van Morrison (da quelle parti considerato un eroe nazionale), riprese col drone, rallenty, monologo piagnucoloso del protagonista (insopportabilmete doppiato da Valeriano Corini), frammenti di vita quotidiana, citazioni cinematografiche (tra gli altri, Mezzogiorno di fuoco e L'uomo che uccise Liberty Valance) e autocitazioni (Thor). Tutto così, fino alla fine, senza uno straccio di ricostruzione storica e una trama ridotta all'osso, uno sguardo ad altezza di bambino funzionale unicamente a dare sfoggio di quanto il regista conosca il linguaggio visuale della settima arte. Ma non c'è un solo momento in cui il film riesca ad emozionare e Branagh, ancora una volta, si dimostra autore tracotante, incline a un cinema vezzoso e terribilmente oleografico.

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