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L'ombra del giorno

Regia di Giuseppe Piccioni vedi scheda film

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La recensione su L'ombra del giorno

di mck
7 stelle

Un film che, se non aggiunge qualcosa di imprescindibile alla carriera dell’autore, di sicuro - tanto con tutti i difetti e le ingenuità quanto con tutti i pregi e le profonde sottigliezze - la consolida.

 

Ragazzi degli anni ‘50: Giuseppe Piccioni (Ascoli Piceno, 1953), Carlo Mazzacurati (Padova, 1956), Davide Ferrario (Casalmaggiore, CR, 1956), Silvio Soldini (Milano, 1958).

 

Riccardo Scamarcio, Benedetta Porcaroli

L'ombra del giorno (2022): Riccardo Scamarcio, Benedetta Porcaroli


Dall’emanazione, l’entrata in vigore e l’applicazione delle leggi razziali fasciste alla dichiarazione di guerra a Gran Bretagna e Francia: due anni, in cui il tempo scorre, placido, e poi accelera, collassando in molteplici impossibili arrivederci.

«Chi sono “loro”?» 

Nel solco della “Concorrenza Sleale” che Ettore Scola girò ormai più di un ventennio prima, questo “l’Ombra del Giorno”, l’11° film e ¼ (quindi considerando anche “Preghiera della Sera - Diario di una Passeggiata”, il cortometraggio immediatamente precedente) di Giuseppe Piccioni (il Grande Blek, Chiedi la Luna, Condannato a Nozze, Cuori al Verde, Fuori dal Mondo, Luce dei Miei Occhi, la Vita che Vorrei, Giulia Non Esce la Sera, il Rosso e il Blu, Questi Giorni), si muove costretto…

– dimenandosi immobile sul posto come il suo protagonista [un Riccardo Scamarcio quasi sempre, pur con qualche sbavatura, a fuoco, e a tratti pure perfetto, qui anche co-produttore, assieme alla 01 della Rai, con la sua Lebowski, oltre che gran t(r)ombeur de femmes, as usual, pur se a passo lento] che nei dintorni della FrühjahrsOffensive / StrafExpedition austroungarica un altro ventennio abbondante prima ne falciò da solo una manciata, di austriaci, venendo ricompensato (“Venti giorni sull’Ortigara, senza il cambio per dismontà. E domani si va all’assalto: soldatino, non farti ammazzar!”) con un triplete di mostrine appuntate sulla camicia nera e una gamba zoppa da grattare per il fastidio, la sera –

…nel corso di due degli “Anni Difficili” (sia lode ora e sempre a Luigi Zampa, Vitaliano Brancati e a tutti gli altri), dalla metà del 1938 alla metà del 1940, spostandosi però, lungo un’asse che attraversa l’Appennino, da Roma ad Ascoli Piceno, dal Tirreno al Sol dell’Avvenire adriatico (il Delta del Po?, le Venezie?, il grand guignol jugoslavo?), dove conclude la sua corsa clandestina con una duplice promessa: una ben difficile da mantenere, e una quasi impossibile da realizzare. 

 

 

…l'area dei combattenti, l'arena dei folli, la schiuma dei giorni, i facinorosi, gli spostati, i delinquenti, gli schizofrenici, gli irregolari, i nottambuli, ex galeotti, sindacalisti incendiari, gazzettieri disperati, i reduci esperti nel maneggio di armi da fuoco o da taglio, i fanatici incapaci di vedere chiaro nelle proprie idee, i sopravvissuti che, credendosi eroi votati alla morte, scambiano una sifilide mal curata per un segno del destino. Teste di legno, mediocri, ottusi, spesso ignoranti, balordi che devono tutto alla bellezza convulsa della marcia su Roma e per il resto della loro vita non fanno che rimpiangerla. […] Gli squadristi eterni, quelli che non disarmano, i militanti della prima ora, sempre con l'orologio in mano a rimproverarti che sia passata per sempre…          
Antonio Scurati – “M - l’Uomo della Provvidenza” – 2020

Ed è riguardo ai vaghi buoni propositi concernenti il voto alle donne (fascio d’azione rivoluzionaria, 1914; fasci italiani di combattimento, 1919; partito nazionale fascista, 1921) che Esther/Anna (Benedetta Porcaroli - "la Scuola Cattolica" -, brava), la co-protagonista, si rivolge a un capoccia dell’OVRA, un immenso Lino Musella (Gomorra - la Serie, Ride, Liberi Tutti, Favolacce, Qui Rido Io), e alla sua cricca di lecca/tira piedi facce di merda chiedendone conto, venendo ricompensata, tempo dopo, con la richiesta, suvvia!, di una canzone – sollecitata anche dalla camicetta nera interpretata con rigore da Valeria Bilello (che per la parte ci mette la stessa disciplina infusa, per il suo cameo, dalla seconda musa, dopo Margherita Buy e prima dell’una tantum con Valeria Golino, del regista, Sandra Ceccarelli) – che allieti i bagordi alla tavolata, e quel momento potrebbe pure essere considerato come una metaforica epitome (chiedo scusa in anticipo per l’iperbole) del film tutto: un’accennata via di mezzo tra Christiane Susanne Harlan in Kubrick ad intonare “Der Treuer Husar” nel capolavoro del di lei futuro marito, precedente di 65 anni, “Paths of Glory”, e il mediocre esordio ipogeo, successivo di pochi mesi, di Roberto Zazzara, “the Bunker Game” (sempre “Parlami d’Amore Mariù” di Bixio & Neri x De Sica, con Serena De Ferrari - brav’anch’ella, nel contesto, eh - ad intonarla in zona “il Portiere di Notte”).

Chiudono il cast un ottimo Vincenzo Nemolato (il cuoco; “Martin Eden”) e le due buone prove di Waël Sersoub (il clandestino, marito di Esther/Anna) e Costantino Seghi (il mancato repubblichino, per sopraggiunto tuffo coerto/coerciso a corpo morto nel Tronto, dritto dritto dal Salò pasoliniano), con una menzione speciale, a prescindere dal fatto che il film gli è stato dedicato perché resosi prematuramente (1936-2021) defunto, per Antonio Salines (il Professore), visto una delle ultime volte nei panni di un Natalino Balasso anziano in “Lazzaro Felice”.

Fotografia di Michele D’Attanasio (Pinuccio Lovero, il Paese delle Spose Infelici, In Grazia di Dio, lo Chiamavano Jeeg Robot, Veloce Come il Vento, Capri-Revolution, Freaks Out, Tre Piani). Montaggio di Esmeralda Calabria (da trent’anni “condannata a nozze cinematografiche” col regista, e poi Moretti, Placido, Diritti, Virzì, Rubini, Archibugi, i D’Innocenzo). Musiche di Michele Braga (sempre l’uno-due di Mainetti, e poi DogMan e l’Incredibile Storia de l’Isola delle Rose). Imprescindibile, poi, la "Vivo" di Andrea Laszlo De Simone, compendio ed epitome, collateralmente, dell'intero film.

 

 

Tocca ripetermi e, come già scrissi nella pagina concernente il primo film di questa “ideale” tetralogia che intendo dedicare a questi ragazzi degli anni ‘50, dico trattarsi di un film che, se non aggiunge qualcosa di imprescindibile alla carriera dell’autore, di sicuro - tanto con tutti i difetti e le ingenuità quanto con tutti i pregi e le profonde sottigliezze - la consolida.

* * * (½) ¾ - 7.25    

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