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Tra due terre

Regia di Michele Carrillo vedi scheda film

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La recensione su Tra due terre

di Peppe Comune
8 stelle

La catastrofica crisi economica del 2002 ha messo l’Argentina sull’orlo del baratro. Il lavoro latita e chi ha qualche soldo in banca corre il rischio di vedersi scomparire i risparmi di una vita. In questo quadro sociale, la “contro” emigrazione verso l’Italia di quanti erano partiti dallo stivale per cercare migliori fortune nel paese sudamericano diventa un fenomeno diffuso. Tra questi ci sono i componenti della famiglia Magni, che da oltre cinquant’anni fa avanti e indietro tra i due paesi, lasciando in ognuno tracce visibili della propria esistenza. In modo che chi sceglie di emigrare sa sempre di trovare un ancora da cui poter ripartire. Il film documenta l’ultimo mese della famiglia più “giovane” dei Magni. Quella arrivata in Argentina nel 1984 e che ora decide di ritornare in Italia perché la crisi economica del 2002 ha sconvolto tutte le loro sicurezze. A Moncalieri già sanno dove possono andare a lavorare, sia la moglie che il marito. Non resta che partire. I preparativi iniziano ai primi di gennaio del 2004. La regia li segue fino al volo che li riporterà in Italia. Il 29 gennaio dello stesso anno.    

 

locandina

Tra due terre (2005): locandina

 

“Quanto mar, quanto mar per l’Argentina” canta Ivano Fossati. Quando mare separa l'emigrazione di andata e di ritorno di due paesi che lungo le rispettive storie hanno imparato a scoprisi molto più affini di quanto la “distanza atlantica” che li separa lasci immaginare. Perché, se l’Italia è un paese di naviganti, l’Argentina “discende dalle navi” (come recita un motto argentino). Quanti italiani d’argentina (sempre con Fossati) esistono, persone che hanno dimenticato di essere italiane perché perfettamente integrate nel paese che li ha accolti ma che non si sentono neanche argentine perché mai dimentiche e delle loro origini. Oppure sono figli legittimi di entrambi i paesi, che alternativamente si trasformano da luogo da cui emigrare a terra di rinnovate opportunità. Perché, in fondo, la propria terra e quella in cui si sceglie di vivere perché ti fa stare bene.

Di questo parla “Tra due terre” di Michele Carrillo, attraverso la storia della famiglia Magni che dall’Argentina farà ritorno in Italia a causa della crisi economica che ha sconvolto il paese. Michele Carrillo segue per un mese la vita dei Magni, da quando iniziano i preparativi del trasferimento, e sono anche inondati da una certa allegria perché scorgono in ciò che stanno facendo la possibilità di rialzarsi dall’apatia lavorativa in cui moglie e marito sono sprofondati, fino al momento della partenza, quando non si può non essere tristi per il fatto di dover lasciare la terra che li ha accolti e che si è imparati ad amare. Passando per diverse tappe, dove i sussulti sentimentali di ognuno di loro seguono la progressione emotiva determinata dal fondamentale momento di cesura.

La regia riesce nell’intento di trattare con garbo il resoconto esistenziale dei Magni non soffocando mai l'utilizzo narrativo delle immagini in una didascalica sovrabbondanza della cronaca. Un documentario di osservazione, insomma, che entra con accurata discrezione nelle pieghe sentimentali di un interno domestico. L'occhio meccanico della macchina da presa diventa un oggetto invisibile, pedina la vita della famiglia che con estrema naturalezza si rende partecipe del tentativo tutt'altro che semplice di far aderire la vita al cinema. È attraverso questa “ricercata” verità, spogliata di ogni orpello superfluo, che il giovane regista casertano riesce a fare della storia parziale della famiglia Magni uno spaccato emblematico di una storia molto più ampia. E lo fa dosando bene il piglio civile con cui si vogliono sottintendere i motivi scatenanti di una scelta con l'onestà dello sguardo con cui si intende rappresentarla. Per arrivare diritto al cuore pulsante della questione.

Perché “Tra due terre” racconta dei preparativi per la partenza dei Magni, che non sanno se definirsi una famiglia italiana cresciuta in Argentina o una famiglia argentina di origini italiane. Vivono tra due terre (appunto), ma nessuna finisce per appartenergli totalmente perché da ognuna sono costretti a emigrare ogniqualvolta la situazione economica inizia a farsi precaria. L'emigrazione è sempre una questione di fuga verso un posto dove si cerca di stare meglio. Una storia di sradicamento e di riadattamento, di una fine e di un nuovo inizio, di una terra che occorre lasciare e un'altra che ti deve accogliere. Ed è proprio l’emergere di questa sorta di cittadinanza a tempo a rappresentare la forza caratterizzante del film, una condizione di continua sospensione del proprio status identitario, di perdurante equilibrio tra il dove si sta e il dove si potrebbe andare per stare meglio. Una condizione che, se da un lato i Magni mostrano di vivere con non troppo disagio, quasi come un fatto ormai iscritto nel proprio codice genetico dato che ciclicamente si ripete sempre uguale, dall'altro lato e pur sempre il frutto della necessità di sfuggire da una sopraggiunta difficoltà economica. Ecco, emigrare “non è stato un errore, è stata una decisione” come dice il nonno. Una decisione che non è mai presa a cuor leggero ma che intanto serve per indirizzare una scelta di vita lungo la strada di una rinnovata speranza di riscatto.

È in questa decisione presa "ancora una volta" che Michele Carrillo mostra in filigrane la faccia amara della crisi economica, che è quella dell’Argentina di inizio millennio in questo caso, ma che è la stessa che in qualunque paese e in qualsiasi tempo può arrivare a spezzare equilibri sociali e sicurezze economiche consolidate. A far considerare l'atto dell'emigrare come una possibile arma di riscatto.

Le “incursioni” esterne della macchina da presa sono poche, ma sufficienti per farci respirare l’aria pesante che tira nel paese. O si filmano le colorate proteste del popolo in subbuglio, o si è all'interno di una stazione radiofonica dove emerge il come l'Italia è vista dall’Argentina (ecco un altro aspetto molto interessante del film). È soprattutto in questi casi che si coglie la (presunta) lezione di Fernando Ezequiel Solanas, nel modo, cioè, in cui il grande documentarista argentino ha dimostrato di saper cogliere la composta dignità con cui le persone strette nei tentacoli della crisi economica affrontano la loro condizione (vedere “Diario del saccheggio” e “La dignità degli ultimi” per credere). Ecco, “Tra due terre”, anche senza raggiungerne l’afflato “militante” e senza documentare le fibrillazioni “esplosive” del mondo di fuori, si muove in quel solco poetico documentando un interno di famiglia mentre e alle prese con la smobilitazione del proprio ciclo di vita. La segue in ogni istante della giornata per circa un mese. Ne raccoglie i pensieri e le aspirazioni, le aspettative andate in frantumi e le esternazioni d’affetto che promettono di non cambiare. E alla fine, ad emergere, è un quadro umano che convince per la sua verificata autenticità. Un’umanità che coinvolge tutti, dal più grande e il più piccolo componente della famiglia Magni.

In conclusione, “Tra due terre” mi ha piacevolmente colpito per il modo antiretorico e civile insieme di fare di una vicenda “privata” un racconto per immagini di “pubblico” interesse. Vedendo questo film, che andrebbe fatto riemergere dal dimenticatoio in cui è finito, ho anche pensato che è un vero peccato che il talento ancora giovane di Michele Carrillo non sia più tra noi.

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