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Il silenzio sul mare

Regia di Takeshi Kitano vedi scheda film

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La recensione su Il silenzio sul mare

di ilcausticocinefilo
9 stelle

 

 

 

Senza dubbio da porre istantaneamente nella top 3 dei migliori film realizzati da quel grandissimo regista rispondente al nome di Takeshi Kitano, ma altrettanto indubbiamente da inserire di diritto in qualunque lista dei migliori film del decennio.

Se probabilmente non raggiunge il vertice è solo perché il regista è stato, negli anni seguenti, capace di regalarci perle intramontabili del calibro di Sonatine e Hana-bi. Tale risulta essere la qualità media di queste sue produzioni che in ogni caso sinceramente decidere quale sia la migliore s'afferma quasi come un esercizio in futilità.

 

 

 

 

E, per entrare nel merito, Il silenzio del mare, come altre opere nella filmografia del maestro, possiede la grandissima profondità delle storie semplici, la magnifica sublimità della poesia, la potenza della tragedia. Tragedia pronta però ad aprirsi – in sorprendenti squarci – alla commedia e al melodramma depurato della pur minima oncia di melassa ed anzi capace di toccare le corde dei veri sentimenti e dell'autentica commozione.

E ci se ne rende conto già solo dall'indimenticabile scena dell'autobus, quando Takako ad un tratto decide di scendere e ripercorrere a ritroso la strada fino ad incontrarsi con Shigeru e procedere assieme verso casa. Una scena, giustappunto, di una semplicità (ed apparente ordinarietà) estreme, eppure in grado di smuovere nel profondo.

 

Identico discorso vale – ma qui è scontato – per la scena conclusiva: uno dei migliori finali mai concepiti dal regista, riassumente uno dei temi cardine dell'opera: l'ambivalenza dell'acqua – all'origine della vita ma al contempo possibile foriera di sventure – alla quale, potemmo aggiungere, corrisponde il precario equilibrio dell’esistenza.

Peraltro detto finale assume in contemporanea quasi un che di “riconciliante”, dolorosamente "pacificante": finiti i travagli, dimenticata la sofferenza, si ritorna da dove si è venuti, di nuovo un tutt’uno. Fuggendo via da quel senso di estraneità ed emarginazione sperimentato da persone che vengono spesso ignorate, costrette come sono a vivere un’esperienza lontanissima da quella del resto dell’umanità, e per essa indecifrabile, costrette ad immaginarsi lo sciabordio delle onde.

 

 

 

 

Persone che forse hanno imparato, a causa dei loro traumi, ad interfacciarsi ad un livello più alto con gli altri, a capirsi con giusto un rapido scambio di occhiate, una stretta di mano, un accenno di sorriso.

Persone che però continuano pur sempre a sentirsi in buona misura sopraffatte dalla loro condizione e di conseguenza ricercano, pervicacemente, con rara tenacia sintomo di inauditi patimenti, una qualche forma di riconoscimento da parte del mondo esterno; tentano disperatamente di farsi vedere e per qualcosa di più dei propri disagi; provano con grande forza di volontà a perseguire nonostante tutto i propri sogni, fosse anche fino alle più estreme conseguenze.

 

La regia, sensazionale, ci pone di fronte a vicende quotidiane, spesso ripetitive, “banali” e che alla fine però riescono nell'impresa di renderci davvero partecipi delle sorti dei protagonisti – che ad una prima occhiata parrebbero esser guardati da Kitano con distanza, "freddezza" –, di farci al dunque immedesimare in loro, fino a sentirne intimamente l'angoscia, la solitudine, il bisogno di amore (un amore, come detto, vissuto dai due con quella che potremmo definire una quieta intensità).

E una tale complessità di sentimenti e di suggestioni – il perfetto "contraltare filmico" del passo altalenante di quella strana cosa che chiamiamo vita – il regista riesce ad ottenerla "paradossalmente" per il tramite, ribadiamolo, di una semplicità mai semplificatoria, mai superficiale, mai melensa; per il tramite di "ordinarissime" panoramiche, "semplicissimi" carrelli, senza alcun bisogno di sottolineature, di vistosità, di didascalismi, finanche di parole.

 

Una polifonia di emozioni – di tensa pacatezza – tenuta in piedi grazie ad una saldissima presa del mezzo cinematografico che si esplica anche nella decisione di chiamare a comporre la colonna sonora uno dei più grandi compositori della storia del cinema nipponico e mondiale: Joe Hisaishi. Che qui veramente ci regala una delle sue partiture più belle, strazianti e lancinanti come talvolta sognanti e "librantisi" sulla sottile filo della poesia in note. Ascoltare anche solo il tema principale per credere: "Amore silente". Appunto.

 

 

 

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