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Censor

Regia di Prano Bailey-Bond vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Censor

di mck
7 stelle

Se l'atto di ricordare implica sempre una ri/sovra-scrittura della memoria e il dimenticare equivale ad incollare due pagine insieme (il testo è nascosto, ma non cancellato), a volte la necessità del ricordo non può ch'essere l'autoinganno di un processo di pura invenzione.

 

 

“Io Sono l’Orrore”, disse il Senso di Colpa pronunciando le parole da uno squarcio nel petto di un innocente (se pur lombrosianamente - nell’accezione totalmente negativa del termine - additabile).

 


Inghilterra, 1985. La caduta nella dissociazione (un meccanismo di difesa che qui parte all’attacco), e da lì via verso tutta l’altra sfilza di disturbi pscicopatologici e psichiatrici (fra i quali spicca quello dell’amnesia selettivo-sistematizzata riguardante gli eventi traumatici che coinvolsero da ragazzine la protagonista e sua sorella: un intero rullo di pellicola finito sul pavimento della sala di montaggio della memoria, sostituito con un ricordo - forse - inventato), è un po’ repentina, innescata comunque dal primo omicidio colposo, dopo il quale il sospetto (financo probabile, se pur in percentuale risibile) che pervade la protagonista diventa un’obnubilante “certezza”.

 

 

Nel film d’esordio diretto tra il 2019 e il 2020 e presentato al Sundance nel 2021 [un quarto di secolo (!) dopo il “Tesis” di Alejandro Amenábar con l’Ana Torrent di “el Espíritu de la Colmena” di Víctor Erice e di “Cría Cuervos” di Carlos Saura e quarant’anni dopo il “VideoDrome” di David Cronenberg] da Prano Bailey-Bond e da lei scritto (così come per il cortometraggio da cui trae spunto, “Nasty”, del 2015) con l’Anthony Fletcher di “the Boat People” il combustibile sono i fatti accaduti (e poi rimossi o addirittura mai avvenuti in quei dati termini) nella preadolescenza della protagonista e il comburente è la quotidiana attività lavorativa al British Board of Film Classification (BBFC) assistendo giornalmente ai così detti [dal National Viewers' and Listeners' Association (NVLA) del MediaWatch-UK di Mary “House Proud Town Mouse” WhiteHouse, praticamente il nostro CODACONS (ovvero dei tizi che non sanno manco comporre un giusto acronimo: CADADUC): per dire, eh!] Nasty Film.

 

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Gran bella prestazione di Niamh Algar (“Pure”, “Raised by Wolves”, “the Wonder”) e molto buono il resto del cast, con Michael Smiley (il produttore) in testa e poi a seguire Adrian Schiller (il regista), Clare Holman (la madre), Andrew Havill (il padre), Sophia La Porta (la “sorella”), Guillaume Delaunay (il “mostro”), etc…

 


Fotografia di Annika Summerson (palette cromatica che partendo da Argento e Bava risale tutto il resto dell’alfabeto), montaggio di Mark Towns (“the Survivalist”, “the Ritual”, “Saint Maud”) e musiche di Emilie Levienaise-Farrouch. Producono BFI e Film4 e distribuiscono al cinema Vertigo e in streaming Amazon. Fra i ringraziamneti, quello a Peter Strickland.

 

 

Se l'atto di ricordare implica sempre una ri/sovra-scrittura della memoria e il dimenticare equivale ad incollare due pagine insieme (il testo è nascosto, ma non cancellato), a volte la necessità del ricordo non può ch'essere l'autoinganno di un processo di pura invenzione.

 

* * * ¼ - 6.5 

 

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Postilla.
“Notiziona” di questi giorni: “Cremona. Supplente fa vedere un film horror in terza media: nausea tra gli studenti e proteste.”
D’accordo, “Terrifier” è un filmaccio, e lo damo n poar gatto e n poar sorcio (e con “Terrifier 2” c’ammazzamo e cimici), m’addirittura la nausea, eddài, su!

Per la serie "Ai miei tempi saltavo i fossi per la lunga"... E comunque in prima superiore, anno 1992, nell'ora buca noi abbiamo visto "A ClockWork Orange" con responsabilmente rozza goduria, e ‘sti zoomer demmerda oggi svengono per il Pupazzo Gnappo.

Studenti della terza media cremonese? Tiè, beccateve questa: Buùuh! Paura, eh?

 

("Fucked Up Old Hag")

 

Nota.
A ritirare “A ClockWork Orange” dai cinema britannici non fu la censura di stato, ma Kubrick stesso su consiglio delle autorità di polizia dopo aver ricevuto alcune minacce di morte per sé e la sua famiglia: “To try and fasten any responsibility on art as the cause of life seems to me to put the case the wrong way around. Art consists of reshaping life but it does not create life, nor cause life. Furthermore, to attribute powerful suggestive qualities to a film is at odds with the scientifically accepted view that, even after deep hypnosis, in a posthypnotic state, people cannot be made to do things which are at odds with their natures.”
Sia chiaro: la libertà di proiezione, trasmissione e divulgazione di “A ClockWork Orange” non può in alcun modo essere equiparata alla libertà di Trump di tornare a spargere letame su Twitter (una piattaforma UGC, user-generated content, come FaceBook, YouTube, InstaGram, Reddit, DeviantArt, Discord, la stessa WikiPedia e qualsiasi Blog) o a quella di @Souther78 e @NeveCheVola di spargere merda [puntare il dito a caso, e un doppio paio di miserie le si port'a casa: teorie del complotto e della cospirazione (no-vax, scie chimiche, cancel culture, sbarchi lunari, massoneria demo-pluto-giudaico-rettiliana-genderfluid), rigurgiti anti-abortisti e anti-femministi (perché non ne hanno mai vista una e non sanno se sta messa per così "|" o per così "—") e tanto filo-putiniani da riuscire a rendere simpatico Zelenskyj, insomma: il festival del disagio] su FilmTv.it (particolarmente rivoltante – per chiunque abbia assistito al momento in cui, ripresa dall’elicottero delle breaking news, Anne Heche, pur con tutte le sue probabili colpe nel causare l’incidente, ad un certo punto del trasporto verso l’autoambulanza, completamente ustionata e prima di entrare in coma, si riprende un attimo dallo shock e si alza a sedere sulla barella levandosi di dosso il lenzuolo termico e antisettico – questa, che non è manco la più schifosa).   

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