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Hurricane

Regia di Norman Jewison vedi scheda film

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La recensione su Hurricane

di leporello
4 stelle

   Non mi ha convinto quasi nulla di questo film, anzi: togliamo pure il quasi. Partiamo da Denzel Washington. Io sono sempre stato dell’idea che credere che quello dell’attore sia il mestiere di prestare l’immagine, il  corpo, la faccia, la propria espressività ad un determinato ruolo, e che l’attore in questione sia tanto più bravo quanti più diversificati sono i personaggi che sa interpretare sia una sacrosanta fesseria. Ci saranno pure le debite eccezioni, i mostri sacri (Washington è un mostro sacro?), i Gassman che vanno da Shakespeare a Totò senza perdere niente, ma (e il discorso sarebbe lungo e complicato) normalmente il “carattere” di un corpo, di una faccia, delle emozioni che si porta dentro e che riversa poi  nel suo lavoro di attore è ben definito, ed uscire da quei binari genera stonature.


   Poi i tempi, e l’atmosfera data dai tempi. E’ vero che la boxe e la galera sono due cavalli di battaglia del cinema, ma forse proprio per questo i registi che ci si vogliano cimentare(specie quelli con una carriera importante come quella di Jewison) avrebbero il dovere di prestare molta attenzione. Jewison, invece, non si fa scrupolo di usare tutte le strutture già conosciute, tutti i modi, tutti i cliché, appesantendo poi  il tutto con una dilatazione temporale (del racconto e del film) assolutamente inaccettabile.


   Completa il quadro un nauseante buonismo zuccheroso sparso a piene mani, e che non si limita a caramellare i diversi filoni principali (il razzismo, l’amicizia in carcere, la polizia cattiva, la storia d’amore tra Hurricane e sua moglie, il trittico canadese catapultato da non so quale pianeta, la vicenda parallela del ragazzino/futuro avvocato che pare di rileggere/rivedere  “La Storia Infinita” di Michael Ende…), ma arriva fino a contaminare (ma forse qui la gogna è meritata) il ruolo avuto nella vicenda reale da persone non proprio comuni tipo Cassius Clay o Bob Dylan, quest’ultimo (e ciò che socialmente rappresenterebbe) sfigurato non solo dall’uso improbabile e scorretto del suo grande successo discografico( poche strofe a caso, tagliate e cucite), ma anche dall’idea che lascia allo spettatore di essere stato, il Dylan, una specie di sciacallo che, dopo essersi nutrito della sventura altrui, si perde tra i suoi stessi microsolchi, sparendo di scena, e lasciando ai soli Tre Moschettieri  insieme  ad Atreyu tutto l’onere di riscattare l’onore e le sorti del povero Carter, neanche fosse un cartone animato.

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