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David Attenborough: Una vita sul nostro pianeta

Regia di Alastair Fothergill, Jonathan Hughes, Keith Scholey vedi scheda film

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La recensione su David Attenborough: Una vita sul nostro pianeta

di mck
8 stelle

Il futuro che ci resta.

 

Spoiler alert: a schifio finisce.

 

 

David Attenborough: A Life On Our Planet” (la sua, di vita, così come quella di ognuno di noi, e del globo terracqueo stesso) è l’ultimo film del binomio composto dall’omonimo e titolante divulgatore/esploratore scientifico e (con Jonathan Hughes e Keith Scholey) da Alastair Fothergill, l’artefice indiscusso dei migliori documentari naturalistici degli ultimi 30 anni, e “Life on Earth”, del 1979, in una edizione della BUR di fine anni ‘80, è stato invece uno dei primi libri che sono andati a comporre la mia biblioteca personale, assieme a Jack London, Konrad Lorenz, Gerald Durrell (e le riviste: Airone e Natura Oggi) e, dal PdV più strettamente tassonomico ed identificativo, Pierandrea Brichetti (Giunti) - con Cagnolaro e Spina e successivamente Fracasso (Perdisa) - e Christopher Perrins (DeAgostini/Collins) per Aves, Sandro Ruffo (Giunti/Martello) e Michael Chinery (DeAgostini/Collins) per Lepidoptera e Gabriele Pozzi (illustratore) per Insecta (Fabbri), mentre oggi la parte del leone la fa Ricca/Muzzio (assieme a Belvedere, Natura Edizioni Scientifiche, WBA, etc…) con la pubblicazione in italiano delle guide della HarperCollins e simili. In mezzo a questi due estremi, il 2020 e gli anni ‘80 (da allora la popolazione del mondo è passata da 4.3 a 7.8 miliardi di individui, le particelle di anidride carbonica che danzano nell’aria sono aumentate da 335 parti per milione a 415 ppm e la superficie di terra inviolata e selvaggia si è ridotta dal 55% al 35%, con oasi in controtendenza – ad esempio il Costa Rica, o le zone boscose e forestali italiane, che sì, sono in fase d'incipiente aumento, ma a scapito della biodiversità dei pascoli alpini e a fronte di una più violenta e virulente cementificazione e consumo di suolo agricolo planiziale e di versante collinare – che sono solo l’eccezione che conferma la regola e la tendenza), è accaduta una cosa: Piero Angela, classe 1928, un altro dei nomi fondamentali ed imprescindibili di cui sopra, col passaggio da Quark a SuperQuark e con la correlata acquisizione dei diritti di diffusione dei nuovi cataloghi National Geographic e BBC, iniziò a trasmettere documentari nativi in formato digitale e non più girati su pellicola: questo cambio di paradigma dello sguardo (frame-per-secondo, texture, fluidità, definizione...) fu - contestualizzando il tutto e fatte le debite proporzioni - un autentico shock: non riuscivo più a guardare un documentario naturalistico pensandolo e vivendolo come… vero, reale, concreto, credibile e… naturale: le foreste non apparivano più... come nei film (penso a “Fitzcarraldo” di Werner Herzog, a “the Emerald Forest” di John Boorman, a “the Mosquito Coast” di Peter Weir, ed anche, per contro, alla saga spielberghiana “in studio” di Indiana Jones o al “Romancing the Stone” di Zemeckis), cioè, erano… ultra definite e strapiene, ricolme, traboccanti di dettagli, tanto da sembrare ed apparire… per paradosso e contrappasso… finte, e, per l’appunto, digitali, con riprese ricreate in studio ("come", per contrasto inverso, in certi classici documentari naturalistici “romanzati” per ragazzi della Disney degli anni ‘50), artefatte, condizionate, abbellite, forzate, e non più apprezzabili come veritiere, quando invece era vero proprio l’esatto contrario. Mi ci volle un bel po’ per abituarmi assuefacendo il sistema occhio-cervello a questa così diversa resa della fruizione del Mondo e, al contempo, saperne apprezzare il balzo tecnologico qualitativamente superiore. Ora, all’inverso, sono le foreste “cinematografiche” a sembrarmi “strane”, e penso ad esempio, chessò, ai tepui che spuntano dalla giungla amazzonica in “the Lost World” di Irwin Allen. S’è chiuso un cerchio, se ne apre un altro, e via’ndare.

 


Il film principia dal non/iper-luogo per eccellenza, i palazzoni INA-Casa/GesCaL di Cernobyl, distretto di Ivankiv, Oblast di Kiev, Ucraina (Ex-URSS-CCCP/SSSR-USSR), e per un attimo, anche solo un momento, sembra di stare e di essere in “Naqoyqatsi” di Godfrey Reggio.
Poi, equipollentemente, i fatti (i dati e i numeri e la loro elaborazione) e la disperante retorica (un albero centenario abbattuto da una motosega, un tricheco precipitante da una scogliera, e - cos’è? - una lacrima che sgorga, scivola, scorre e cade) si mettono di concerto ad inculcare buon senso (non è il sistema-pianeta ad essere in serio e grave pericolo, ma la specie - assieme ad alcune altre, che presto, su scala cosmica, verranno rimpiazzate da altrettante, ristabilendo la biodiversità - umana) non tanto alle irrecuperabili cape vuote, quanto piuttosto a quelle già mezze convinte in partenza che scelgono di assistere al film dal menu Netflix.
Poco prima della CoViD-19 ammazza vecchi, Christine Lagarde, vegetariana (e il film termina proprio in zona Michael Pollan e Jonathan Safran Foer, dopo essere partito prendendo le mosse da "la Sesta Estinzione - una Storia Innaturale" di Elisabeth Kolbert), a quel tempo al FMI prima di passare alla BCE, è capace di chiedergli, a David Attenborough, classe 1926, come una Bianca Berlinguer qualsiasi o un Giovanni Floris qualunque, facendo un’affermazione e sottintendendo il punto interrogativo: “Potrebbe andarsene felicemente in pensione, e invece vuole stare qui a spiegarci in che guai ci troviamo!” (errata corrige: "ci siamo cacciati"). 

Trivia. Il film su IMDb ha una media del 9.1, insidiando così l’annoso primato di “the Shawshank Redemption”.
Il mondo è in mano - dai presidenti (degli stati-nazione e dei sistemi bancari) ai residenti finitimi (vicini di casa) - alle MarieLuise di gaddiana memoria e alle Amelie dello scapigliato Carlo Dossi, persone “malvagie per cretinismo” (idiozia/stupidità + ignoranza + cattiveria/indifferenza).

…from WonderLand to WasteLand…
Il futuro (e ad esso, come dice il poeta, non c'è alternativa) è l’unica cosa che ci rimane (da sfruttare).
…from Apart to A part…

E difatti, come quasi sempre, per ogni documentario scientifico-naturalistico che si rispetti, alla fine, si ritorna/ripara/ricorre alla questione fantascienza (hard, speculativa e/o verista che sia), l’unico genere possibilmente utile e realisticamente praticabile quando si tratta di sopravvivenza.

Voto reale: * * * ½ (¾). Ma agli atti, sulla scheda, in soldoni, un **** pieno: perché sì, anzichennò.  

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