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Wind

Regia di Marcell Iványi vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Wind

di yume
8 stelle

Dalla fotografia al cinema, sei minuti per rappresentare il mondo

locandina

Wind (2005): locandina

Scolpire il tempo”, la formula di Tarkovskij per costruire lo sguardo in tre movimenti: assenza iniziale, spettacolo centrale, finale inatteso.

Lo spazio si fonde con il tempo, tutto è parte della stessa storia.

Lo schermo nero di inizio e quello bianco di fine contengono il film in una cornice, dentro ci sono personaggi e luoghi, la voce è quella del vento.

Un'immagine in movimento, una scena con persone che recitano e un suono.

Sei minuti, tanto sceglie  Marcell Ivanyi in Wind (Széi) Ungheria 2005, per una riflessione sul linguaggio dell'immagine in movimento, per raccontare una storia ricca di suspense e costringere chi guarda a porsi domande:

cosa stanno guardando le tre donne? cosa sta succedendo? chi sono le cinque vittime? è in corso una guerra, una rivoluzione, una faida familiare? chi sono gli uomini che guardano?

 Tante domande, una sola fotocamera che si muove lenta verso destra in un percorso circolare che finirà dove è cominciato, non una parola, solo rumori ambientali, l’estetica diventa retorica e parla dell'articolazione dello spazio nel cinema.

Spazio non fisico, non ci siamo dentro, è solo luce su un grande schermo di tela, eppure lo avvertiamo come vicinanza e distanza, luogo fisico delle emozioni, spazio della comunicazione, dell’inclusione o dell’esclusione.

Costruire significato usando spazio e tempo, è il passaggio dalla fotografia al cinema.

Wind, il vento, è la trasformazione in cinema di una fotografia di  Lucien Hervé intitolata Three women, Francia 1951.

Ascoltiamo il regista, …

Il vento è una fantasia di possibili interpretazioni basate sulla fotografia. Offre al pubblico una serie di possibili interpretazioni della fotografia. In questo modo possiamo trovare una risposta alla domanda sulla relazione tra il film e la fotografia; l'immagine in movimento è un adattamento della foto. Wind è un adattamento di Three Women. Dall'atmosfera, dalla messa in scena, dal linguaggio audiovisivo attentamente controllato, fornisce ispirazione per diverse idee di racconti tragici. Questo meccanismo di suggestione e di produzione di significato spetta a sua volta allo spettatore considerarlo da solo e discuterne con gli altri.”

Rappresentazione estetica, cioè dominio dello sguardo.

Teatro, “teàomai”, guardo.

Estetica, “aistànomai”, mi accorgo quindi ri-fletto, tra(n)s-ferisco, trascino dentro di me ciò che prima era fuori.

Fra i personaggi sulla scena e lo spectator, colui che specta, assiste, la modernità ha introdotto la scrittura, “grafia” che usa la luce, “fos”, foto.

Il passaggio successivo è l’introduzione del movimento, “kinesis”, il cinema.

Il montaggio detta il significato, la relazione tra gli oggetti di scena, l’effetto su chi guarda.

Famoso l’esempio di Carl Th.Dreyer che parlava del suo Vampyr : "Immaginate di essere seduti in una stanza normale. All'improvviso ci viene detto che c'è un cadavere dietro la porta. Immediatamente la stanza in cui ci troviamo è cambiata. Tutte le cose quotidiane hanno un aspetto diverso, la luce e l'atmosfera sono cambiate senza essere cambiate in alcun modo fisico. Perché siamo cambiati noi e le cose sono come le intendiamo. Questo è l'effetto che voglio nel mio film ".

Cosa succede in sei minuti? Quanto basta per ottenere una Palma d’oro a Cannes come miglior corto.

scena

Wind (2005): scena

Primo fotogramma: tre donne di mezza età, quella centrale più anziana, a regolare distanza l’una dall’altra, guardano immobili verso destra qualcosa fuori dall' inquadratura. Sono impassibili, la tensione è sotterranea. Qualcosa sta accadendo fuori dallo schermo, ma non è visibile allo spettatore.

Un vento leggero agita i vestiti, alle loro spalle case di campagna e qualche albero.

La carrellata si muove lenta, le donne scompaiono, il movimento è circolare e la macchina ritorna alla fine su loro.

L’occhio cinematografico registra il paesaggio con ampia panoramica, siamo nella sconfinata pianura ungherese, tornano alla mente Béla Tarr e Jancso, casolari solitari, vegetazione sporadica, alberi spogli, uomini fermi, in piedi ( sette, otto?) intenti come le tre donne a guardare qualcosa.

C’è la stessa attesa attonita degli uomini in piazza de Le armonie di Werckmeister.

Lentamente quel qualcosa si svela nella sua immanenza agghiacciante: quattro uomini sono impiccati ai pali con la testa coperta da un cappuccio.

scena

Wind (2005): scena

Un quinto viene impiccato in diretta, il boia compie il suo rito con fredda precisione, la macchina prosegue inesorabile nel suo giro e rientrano in campo le tre donne che stavolta girano le spalle e, una alla volta, si dirigono verso la casa dietro di loro. L’ultima sembra avere un attimo di esitazione, ma poi si avvia anche lei.

Solo sei minuti per raccontare un pezzo di storia dell’uomo, della donna, dei popoli, scendere negli abissi vertiginosi del male, dell’odio, dell’indifferenza, o della paura.

Silenzio, solo lo sguardo e il rumore del vento.

E come può il vento accarezzare o sibilare, sbatacchiare o sfiorare, infuriare o dolcemente cullare ce lo racconta il cinema, anche solo in pochi minuti, costringendoci a guardare.

Claudio Magris scrisse anni fa per Autodafé di Elias Canetti:

La grottesca odissea dell’intelligenza che, per paura della vita, si trincera contro di essa, riduce l’esistenza intera a un meccanismo di difesa, si costruisce una corazza e infine si distrugge, proprio perchè si è trasformata tutta in una corazza, che soffoca ogni cosa […]Nel romanzo la vita è ritratta con l’occhio gelido della follia, in una sua disperata mancanza d’amore che fa sentire, per contrasto, ciò che la vita dovrebbe essere, la necessità dell’amore.” (Claudio Magris, Strenuo custode della vita.L’odissea dell’intelligenza contro ogni pulsione di morte, dal Corriere della Sera, 19 agosto 1994 ).

E’ tutto quello che lo spettatore potrebbe pensare nell’arco di sei minuti, se avesse le parole di Magris, in alternativa silenzio, attesa, incredulità, stupore, frustrazione. Dolore? Forse.

 

 

 

www.paoladigiuseppe.it

 

 

 

 

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