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The Boys in the Band

Regia di Joe Mantello vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su The Boys in the Band

di Alienista
6 stelle

Pensate che le serate tra gay comincino con i tormentoni di Takagi & Ketra e finiscano con i vicini che chiamano i carabinieri per gli schiamazzi? Sbagliate. A volte le cose vanno molto peggio...

Attenzione: pericolo spoiler.

Vidi la versione cinematografica di Friedkin negli anni novanta, ma ricordo solo di essermi annoiato. Forse perché, nonostante la già completa consapevolezza della mia omosessualità, ero troppo giovane. La rivisitazione di Mantello, che utilizza una tecnica di ripresa molto televisiva, non mi ha annoiato; sicuramente ha giovato la presenza di alcune star della tv che ammiro da tempo. Su tutte svettano Parsons, Watkins e Quinto. Jim Parsons propone un personaggio inaspettatamente sadico. Tuc Watkins risulta credibile come padre di famiglia che ha da poco cambiato sponda. Zachary Quinto credo abbia trovato il suo ruolo migliore dall'epoca di HEROES (fatta eccezione per l'indimenticabile Dottor Oliver Therdson della seconda stagione di AMERICAN HORROR).

Joe Mantello concede una boccata d'aria fresca con alcune riprese esterne, ma poi rinchiude i protagonisti e lo spettatore nell'attico dal quale non escono più. La serata parte come un'allegra festa tra amici gay a casa di Michael. Scheccatine, danzette e allusioni sessuali, in cui l'unico a disagio è Hank, che ha lasciato la moglie, ma ancora non ha completato la muta del piumaggio verso le tonalità arcobaleno. La coreografia sulle note di Linda Ronstadt è il culmine del divertimento, ma ecco che l'arrivo di Alan, un amico "eterosessuale" di Michael, turba gli equilibri. La "normalità" (anche qui obbligo di virgolette), omofoba e intollerante, entra di prepotenza nell'appartamento. Alan sta prendendo le distanze da sua moglie per un non precisato motivo, ma qualcosa lo spinge a cercare rifugio da Michael e, una volta lì, ad avvicinarsi a Hank, l'unico tra i presenti a portare una fede al dito. Hank, pur non ancora perfettamente integrato nel gruppo, ha ormai intrapreso un cammino che gli impedisce di assecondare il bisogno di complicità di Alan.

L'autore, Mart Crowley, analizza tre gradi di omoconsapevolezza: abbiamo i gay consapevoli fin da giovani, che hanno rifiutato la vita eteroborghese e la disprezzano un filino; il novellino, che è fuggito dalla vita eteroborghese quando il peso della mancata accettazione è diventato insostenibile; il gay inconsapevole, che seppellisce le sue pulsioni sotto un'omofobia che sfocia in violenza.

Con l'arrivo del cinico Harold e l'azzeccatissima scena dell'apertura dei regali, si scivola velocemente verso un'iperbolica (ma nemmeno troppo irrealistica) riflessione sulle contraddizioni della comunità gay. Riso amaro per le battute acide e commozione per il dolore che esse nascondono. Dopo un ultimo disperato grido di Alan rivolto a Hank: "Vieni via con me!" che suona come: "Non vorrai mica diventare come loro?!", comincia la parte più crudele, ma anche più debole dell'opera. Purtroppo, l'idea del gioco in cui ognuno dei presenti deve rivelare i propri sentimenti per telefono, non convince. Non ci sono motivi validi perché tutti accettino di partecipare a questo massacro. Alla fine, proprio Alan mette fine al gioco e torna di corsa alla vita eteroborghese che lo aspetta a braccia aperte per proteggerlo.

La visione può riempire piacevolmente una serata tra amici gay, ma credo non sia di alcun interesse per il pubblico eterosessuale. Solo noi omosessuali, infatti, riusciamo a capire i riferimenti alla paura di invecchiare da soli, all'incapacità di creare legami stabili, alla competitività fatta di ridicoli confronti su tutto (titoli di studio, carriera, aspetto fisico, vita sessuale, rughe in faccia ecc...). Così la penso io, ma sarei felice di essere contraddetto su questo punto.

I fruitori di Netflix possono godersi le interviste all'autore della pièce teatrale, al regista ed agli attori (che recitano a Broadway negli stessi ruoli).

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