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Il potere del cane

Regia di Jane Campion vedi scheda film

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La recensione su Il potere del cane

di mck
8 stelle

Un film, un libro, una madre, un orizzonte (etico-morale) pareidolitico e due paia di guanti.

 

Jane Campion, adattando (e producendo con New Zealand Film Commission, BBC e See-Saw, mentre a distribuire è Netflix, con un’anteprima alla 78a Mostra del Cinema di Venezia) il meraviglioso romanzo del 1966 di Thomas Savage (1915-2003: dal 1944 al 1988 sfornò in tutto 13 opere di fiction e non-fiction autobiografica), ne pone l’incipit [più che altro evocativo del carattere del personaggio protagonista (che - così com’è raccontato e descritto sulla pagina inchiostrata - “aveva odiato il mondo prima che il mondo odiasse lui”), un immenso Benedict Cumberbatch (memore del Daniel “PlainView” Day-Lewis in “There Will Be Blood” di P.T. Anderson: e le musiche di “the Power of the Dog” sono sempre di Jonny Greenwood), e non esplicitamente dirimente dal PdV narrativo] esattamente a metà…

 


[ecco a riguardo uno stralcio tratto da una recensione anonima apparsa all’epoca su Publisher’s Weekly e riportato nella postfazione di Annie Proulx del 2001 stesa in occasione della ristampa in patria del volume (vent’anni fa, sempre per i tipi della Little, Brown che lo pubblicò dopo il rifiuto da parte di Random House) e presente (con la traduzione di Maddalena Togliani) nell’edizione italiana del libro di Savage edita da Neri Pozza e che si può considerare un piccolo, autentico, bellissimo saggio-racconto a parte: “Un romanzo inquieto, potente, ma che esordisce con una tale inutile brutalità nel primo paragrafo (♦) da scoraggiare molti lettori...”, e, per altri versi, prosegue con un flano memorabile: “Krafft-Ebing in un’ambientazione western...”]

 


…film, perché ad incorniciare la sua opera n. 10 ci mette, immediatamente dopo l’inizio e nel pre-finale, una duplice, ripetuta (il montaggio netto/piano/calmo e al contempo ruvido/spigoloso è di Peter Sciberras: 2 lavori con Amiel Courtin-Wilson e 3 con David Michôd) carrellata verso sinistra ripresa dall’interno della magione campestre (le scenografie sono di Grant Major, che torna a lavorare con la regista dopo 30 anni da “An Angel at My Table” ed essere passato alla corte di Peter Jackson) a proiettare lo sguardo attraverso delle finestre fordiane (“the Searchers”) in direzione delle colline…

 


[ad interpretare il Montana del 1925 è chiamato il paesaggio di Aotearoa, ma sarà la geo-morfologia, sarà la vegetazione, saranno tutti quei tricosuri, kiwi, eudipti, chea e cacapò che girano al contrario (non è vero, Coriolis è innocente) se scaricati nello sciacquone, però il fatto è che l’ambientazione emerge troppo come/quale, beh, neozelandese: ecco, ci sarebbe voluto, per lo meno, che so, l’Abruzzo, e a tal proposito Savage, sempre citato nell’afterword di Proulx, dice in un’intervista del 1999: “Credo che la differenza in chi abita nel West stia nel fatto che trovi impossibile guardare le Montagne Rocciose - o l’orizzonte, che è ugualmente vasto - e pensare che l’Europa, o i vicini, o qualunque altra cosa esistano davvero...”]

 


…che nascondono e allo stesso tempo esprimono (la fotografia limpida e s-carna-le è di Ari Wegner: “Ruin”, “Lady Macbeth”, “Stray”, “In Fabric”, “the Kelly Gang”, “Zola”) la parte sembiante apofenica del titolo ambivalente perché anche e soprattutto riconducibile a e sgorgante da un verso dei Salmi, 22:20, che recita “Save (Deliver) my soul from the sword, and my only life (darling) from the power of the dog”, vale a dire “Salva (Libera) la mia anima dalla spada, e la mia unica vita (il mio amore, il mio tesoro, la mia grazia) dal potere del cane”, che, a seconda delle versioni, diviene assalto, branca, zampa, e poco più avanti, mentre Peter (un ottimo Kodi Smit-McPhee: “the Road”, “Let Me In”, “Slow West”, “Dolemite Is My Name”), in una scena didascalica (qualità neutra), e presa direttamente dal romanzo, sfoglia al contrario la Bibbia, il Book of Common Prayer, l’Evangel Presbytery Book of Church Order o quel che è, appare, tautologicamente pleonastica, la sezione in appendice al testo originale della forma liturgica, l’Order for the Burial of the Dead, le Disposizioni per la Sepoltura dei Morti.

 


Per quanto riguarda la pura/mera tecnica registica (à propos de Venise 2021), tra le molte, da rimarcare una scena in particolare, quella delle prove al pianoforte di Rose (un’eccellente, punto, Kirsten Dunst: "InterView with the Vampire", "the Virgin Suicide", "Spider-Man 1/2/3", "Eternal Sunshine of the SpotLess Mind", "Marie Antoinette", "Melancholia", "Fargo - 2", "MidNight Special", "the Beguiled", "On BeComing a God in Central Florida"), con la macchina da presa che prima avanza a ritmo, per due volte, con la fastidiosa, ma pregevole, tempesta di corde pizzicate in assolo al banjo (e speroni) da Phil, disturbando in controcanto strimpellante quelle martellate dalla cognata [e ne approfitto per citare la sempre considerevole, pure se in understatement spinto come in questo caso, prestazione di Jesse Plemons (“the Master”, “Breaking Bad”, “Olive Kitteridge”, “Fargo - 2”, “Black Mirror: USS Callister”, “the IrishMan”, “El Camino”, “I'm Thinking of Ending Things”, “Judas and the Black Messiah”, “Killers of the Flower Moon”) marito (comprensivo emotivamente e/ma spesso distante fisicamente) di Rose nel film e di Dunst (questa è la loro seconda prova recitativa di coppia dopo “Fargo - 2”) nella realtà; mentre il cast è completato nei ruoli principali da Thomasin McKenzie (“Leave No Trace”, “Old”), Keith Carradine (Altman, Aldrich, Scott, Malle, Hill, Konchalovskij, Rudolph, Fuller, Lowery, Davies e poi in “DeadWood”, “Dexter” e “Fargo - 1”), Frances Conroy (Allen, Scorsese, Jarmusch e “Six Feet Under”) e Genevieve Lemon], fermandosi al dismettere della musica d’entrambe le parti, e poi, per la terza volta, procede, ancora, sempre in avanti, seguendo e pianoforte e banjo in sottofondo, ma quando questa volta il piano smette e il banjo invece prosegue, anche la MdP, dopo aver rallentato ed essersi stoppata, non rimane ferma, ed infatti eccola che riparte andando a stringere il quadro sul volto di Rose, interpretando il suo silenzio…

 


È una preventiva vendetta spropositata (a differenza del romanzo, nella pellicola Phil non è la causa della morte del padre di Peter e marito di Rose), quella messa in scena in “the Power of the Dog”? Domandare è lecito, rispondere “No” è doveroso, più che un atto di cortesia.

Un film, un libro, una madre, un orizzonte (etico-morale) pareidolitico e due paia di guanti.

* * * * (¼)

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(♦) Era sempre Phil a occuparsi della castrazione; prima tagliava via la sacca dello scroto e la buttava da parte; poi strizzava fuori uno dopo l’altro i testicoli, incideva la guaina che li racchiudeva, li strappava e li gettava nel fuoco, dove erano pronti i ferri incandescenti per la marchiatura. Sorprendentemente, il sangue sparso era poco. Dopo qualche istante i due testicoli scoppiavano come due enormi popcorn. Certi uomini, si diceva, se li mangiavano conditi con sale e pepe. «Ostriche di montagna» li chiamava Phil con un sorriso d’intesa, poi consigliava ai giovani braccianti del ranch di mangiarne un po’ anche loro, prima di fare gli stupidi con le ragazze.

Thomas Savage – “the Power of the Dog” – 1967 (ediz. ital. Neri Pozza, 2017, traduzione di Luisa Corbetta)

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Slow/Neo/Post-Western (estratto di playlist):
- “Jauja” (2014) di Lisandro Alonso
- “Das Finstere Tal” (2014) di Andreas Prochaska
- “Aferim!” (2015) di Radu Jude
- “Slow West” (2015) di John Maclean
- “the Hateful Eight” (2015) di Quentin Tarantino
- “the Beguiled” (2017) di Sofia Coppola (da Thomas P. Cullinan)
- “Woman Walks Ahead” (2017) di Susanna White
- “YellowStone” (2018-xxxx) di Taylor Sheridan
- “the Nightingale” (2018) di Jennifer Kent
- “the Sisters Brothers” (2018) di Jacques Audiard (da Patrick deWitt)
- “the Ballad of Buster Scruggs” (2018) di Joel & Ethan Coen
- “DeadWood - the Movie” (2019) di Daniel Minahan (e David Milch)
- “Firts Cow” (2019) di Kelly Reichardt (da Jonathan Raymond)
- “the World to Come” (2020) di Mona Fastvold (da Jim Shepard)
- “the Power of the Dog” (2021) di Jane Campion (da Thomas Savage

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