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Il potere del cane

Regia di Jane Campion vedi scheda film

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La recensione su Il potere del cane

di Antisistema
7 stelle

Una guerra esterna ed un conflitto interiore lacerante, sono i poli emotivi sfruttati da Jane Campion nel suo ritorno al cinema con il Potere del Cane (2021) dopo ben dodici anni di assenza dal grande schermo, andando indietro nel tempo e nello spazio, nel lontano Montana del 1925, con due fratelli proprietari di un grandissimo ranch; Philip (Benedict Cumberbact), un rozzo, bifolco e dispotico padrone che manda avanti l'attività con il pugno di ferro con estrema insensibilità nei confronti di ogni etichetta del buon vivere sociale, suo fratello George (Jesse Plemons), un pingue e mite uomo, più adatto a tenere la contabilità dell'attività che a gestirne il lato pratico, sentendo però la necessità ad un certo punto di sposarsi, trovando l'occasione tramite la vedova di mezza età Rose (Kirsten Dunst), con il giovane figlio a carico Peter (Kodi Smith-McPhee), un ragazzo efebico schernito da tutti, per via dei suoi modi di fare gentili e ben poco rozzi, in sostanza paga essere l'esatto contrario di ciò che ci si aspetterebbe da un uomo della frontiera.
Philip instaura immediatamente una guerra aperta con Rose, per poi mano a mano sfumare in un conflitto psicologico, mirato ad annientare ed annichilire quotidianamente la donna, tramite sfide sonore (piano contro banjo), occhiate indiscrete, commenti inopportuni e così via, tanto da rendere tramite la regia della Campion uno spazio vastissimo a perdita d'occhio, iper-claustrofobico, dove anche al di fuori dell'immensa dimora, il senso di oppressione non svanisce, facendo sprofondare la donna in una spirale alcolica autodistruttiva, che poco a poco ne logora sottilmente la salute. 
La loogrante guerra a senso unico tra Philip e Rose, rende quest'ultima vittima della mascolinità tossica del primo, incapace di reagire ed impossibilitata ad essere difesa da un marito affettuoso quanto imbelle, ha provocato le reazioni entusiastiche della critica anglosassone da oramai qualche anno facile ad andare in visibilio per prodotto che rivisitano le figure celebrate per oltre un secolo dal cinema, per farne denuncia contro le donne e le minoranze oppresse a lungo, intento lodevole, ma c'è un problema; Rose e George sono personaggi di una banalità sconcertante a livello di scrittura, figure a tesi che vivono solo in funzione del messaggio da lanciare e non come veri e propri esseri umani con una propria psicologia, come d'altronde è molto pigra e debole tutta la prima parte che li vede protagonisti, dove solo la notevole confezione visiva della Campion capace di dare concretezza materica al desolato paesaggio infinito (altro che la Zhao, con i suoi paesaggi del niente), trovando fiammate di luce nelle sporadiche apparizioni di un Philip intrigante, ma che avrebbe bisogno di un contraltare per poter dispiegare tutta la propria potenza umana. 

 

Kirsten Dunst, Jesse Plemons

Il potere del cane (2021): Kirsten Dunst, Jesse Plemons

 

A metà film arriva Peter al ranch, personaggio che in un melodramma sarebbe stato di mero supporto alla madre contro le angherie di Philip, quando invece la Campion fa inversione ad "U" nella narrazione, trasformandola in una parabola umana di rara potenza emotiva, dove il rozzo Philip contro ogni pronostico decide di cooptare il giovane al proprio servizio, che oltre a spiazzare lo spettatore rompendo il monolitico stereotipo del rozzo bovaro, dona una nuova quanto desolante chiave prettamente interiore nella lettura al personaggio, molto oltre le sfuriate iniziali riprese in modo vanagloriosamente virtuosista, riuscendo così ad aprire nuove ed interessanti prospettive. 
L'esibito orgoglio dell'odore del ranch, la virulenza nel porsi con gli altri, gli sguardi lontani verso i corpi dei cowboy al suo servizio mentre si lavano (anche se Campion non ci mostra i loro organi genitali, grosso errore; vediamo si e no mezzo pene di Cumberbatch), i bagni solitari nel ruscello per reprimere la carica sessuale, la castrazione compiaciuta del bestiame compiuta a mani nude e la pulizia della sella con annessa corda intrecciata, come se fossero feticci erotici di cui godere, gettano una luce differente sul modo di leggere il comportamento dell'uomo, nonchè donano una profondità psicologia ben più interessante di quella che si prospettava all'inizio del film, con annesso sguardo sulla sessualità dell'uomo, incapace di poter esprimere un benchè minimo affetto verso qualcuno, fino a quando non scopre di potersi innamorare di qualcuno e quell'individuo è Peter, per il quale intreccia la corda per fargli una fune, gli insegna a cavalcare e sempre più spesso lo porta con sè per fargli da mentore, ma ben sa che oltre un cameratismo spinto a livelli elevatissimi non potrà andare (inoltre poi è lo zio acquisito), vista la costruzione da macho che s'è fatta ed il discredito che ne deriverebbe dal portare ciò alla luce in un luogo iper machista come la frontiera, gli è impossibile di andare, così per tenere a bada gli istinti sessuali repressi, agisce per eccesso di esibizioni di mascolinità, predicando spesso i suoi ricordi per il maestro defunto di vista, il vecchio Bronco Henry, verso il quale ha una cura dei suoi oggetti ai limiti dl maniacale. 
Molto più convincente nella seconda parte, aprendosi a prospettivo emotivo-comunicative ben più interessanti, del banalotto dramma che si prospettava nella prima metà di film, il Leone d'Argento a Venezia per la miglior regia ed i tributi critici stellari della critica anglosassone, paiono prospettare valanghe di premi per un'opera troppo gonfia e carica, che indubbiamente ha la sua dignità effettiva nel ritratto di Philip fattane Benedict Cumberbacht, abbastanza lontano dai soliti stereotipi omosessuali di certo cinema moderno, nonchè nella sorpresa Kodi Smith-McPhee, nel celare una natura spietatamente vendicativa, nonostante il carattere e l'indole efebica.

 

Benedict Cumberbatch

Il potere del cane (2021): Benedict Cumberbatch

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