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Judas and the Black Messiah

Regia di Shaka King vedi scheda film

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La recensione su Judas and the Black Messiah

di YellowBastard
7 stelle

Prodotto dal regista di Black Panther, Ryan Coogler, Judas and the Black Messiah è la seconda, potente, opera del regista newyorkese Shaka King, anche autore del soggetto con Will Berson e il duo comico formato dai fratelli Keith & Kenny Lukas, candidato a sei Accademy Award e vincitore dell’Oscar per il miglior attore non protagonista e per la miglior canzone (Fight for you scritta da H.E.R. e Thiara Thomas) confermando la grande stagione del cinema di colore nella Hollywood contemporanea.

 

Judas and the Black Messiah: Daniel Kaluuya e LaKeith Stanfield durante una  scena: 532676 - Movieplayer.it

 

Il film racconta in forma ovviamente romamzata la storia di Fred Hampton, il Black Messiah del titolo, Vice-Presidente nazionale delle Pantere Nere e Presidente della sezione dell’Illinois, politico e ideologico marxista con una visione rivoluzionaria in grado di superare i limiti imposti dalla tradizioni e dal retaggio della propria stessa cultura afroamericana, preziosa ma comunque subalterna (perdente?) in America.

E di Will O’Neill, ovvero il Judas, un giovane ladro d’auto che per evitare la galera diventa informatore dell’FBI con il compito di infiltrarsi nella sezione capeggiata da Hampton per conquistarne la fiducia e passare quindi più informazioni possibili al bureau, guidato da J. Edgar Hoover (un quasi irriconoscibile Martin Sheen).

 

Il film di King é quindi prima di tutto un film politico che intende mostrare al pubblico le dinamiche specifiche, non sempre di facilissima comprensione, di un determinato periodo storico degli Stati Uniti, usando i registri del cinema di impegno civile e sfruttando abilmente anche diverso materiale di repertorio.

Ma King strizza l’occhio anche al cinema di genere adottando le atmosfere da thriller poliziesco, teso e avvincente, anche sfrutta i volti e le ambiguità dei suoi personaggi e, da buon amante del cinema di Sidney Lumet, ecco spuntare un po ovunque echi da Serpico o da Il Principe della citta o, in generale, del cinema americano degli anni’70 e ‘80 (l’iperrealismo metropolitano del Walter Hill de I Guerrieri della Notte, ad esempio).

A giusto merito del regista (e del montatore Kristan Sprague) l’abilità di riuscire a mantenere coerenza narrativa tra i vari generi che il film riesce ad affrontare senza mai un calo di ritmo, enfatizzato anche dalla fotografia di Sean Bobbitt e dalle musiche di Mark Isham & Craig Harris.

 

Judas and the Black Messiah: un film che rende giustizia alla morte di Fred  Hampton

 

Dietro una confezione mainstream, solida e complessa, risulta soprattutto il suo innegabile equilibrio tra la forma e il contenuto che, pur presentando anche i sui risvolti più umani, concede ben poco all’emotività, vedi la ricostruzione della storia d’amore tra Hampton e la compagna Deborah Johnson (Dominique Fishback) ed evitando spesso una eccessiva idealizzazione agiografica della sua figura (comunque ben presente) e puntando invece su una lucida ricostruzione storica per coglierne la reale prospettiva politica priva però di troppe forzature in quella che è, da parte dell’accoppiata King/Coogler, anche una dichiarazione di forza, politica ma anche produttiva, verso la stessa Hollywood e (soprattutto) il suo pubblico di riferimento.

 

Lascia quindi la questione dei diritti civili in secondo piano per entrare invece nel pieno della dialettica hamptoniana tra capitalismo e socialismo, il cui furore politico emerge del tutto nei ritagli di giornali, negli spezzoni documentaristici, nei dialoghi e nei monologhi pubblici di Hampton e nel confronto che lo ha visto protagonista in quegli anni.

Il movimento rivoluzionario, il suo successo personale e la sua figura di Profeta (che, sebbene nel film non se ne parli, ha portato speso a diversi contrasti con gli altri leader del Partito), la lotta ad ogni costo contro il compromesso a volte necessario, la resistenza “contro” il Sistema ma anche “dentro” al Sistema.

 

Molto della riuscita del film si deve all’eccezionale interpretazione di Daniel Kaluuya, vincitore dell’Oscar come Miglior attore non protagonista, molto carismatica e centrata specie quando si erge a leader della sua comunità sul palco di fronte ai suoi fratelli, ma é soprattutto Lakeith Stanfield nel ruolo del giuda a dimostrare grandissime maturità nel saper raffigurare il disagio e la sofferenza di una persona prigioniera dei sensi di colpa.    

E non é un caso che entrambi siano stati chiamati a concorrere come Miglior attore non protagonista suggerendo l’impossibilità di trovare nel film un vero e proprio protagonista.

Operazione molto di facciata e/o di marketing, secondo me, in quanto invece é piuttosto chiaro chi dei due sia non solo il vero protagonista ma anche la vera “chiave di volta” dell’intero progetto.

 

Judas And The Black Messiah - Recenserie - Solo Recensioni Serie

 

Quando il bianco agente dell’FBI (l’ambiguo e perfetto Jesse Plemons) gli chiede dopo il suo arresto chi vuole essere il “giuda” dice di non saperlo ma in realtà e fin troppo chiaro chi è (e cosa, soprattutto, rappresenta): un borghese e un individualista, un nero che vuole essere un capitalista (bianco), ossessionato dal benessere (la macchina, il rispetto sociale dettato dal conformismo, una posizione di prestigio nello status quo costruito dall’uomo bianco) che gli é stato venduto dalla pubblicità/propaganda dei bianchi, dilaniato dal senso di colpa (per quello che é) e dalla paura (di quello che dovrebbe/potrebbe essere) ma pronto a vendere la causa rivoluzionaria (di cui probabilmente finisce anche per crederci) per soldi e per aprire un’attività (naturalmente da piccolo borghese bianco).

La nemesi perfetta quindi di un Hampton martire di una ideologia marxista, collettivistica e disposto a dare la propria vita, altruisticamente, per il bene dei più deboli.

Quasi troppo bello per essere vero.

 

VOTO: 7

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