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Lei mi parla ancora

Regia di Pupi Avati vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Lei mi parla ancora

di alan smithee
3 stelle

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L'amore che rende eterna la coppia, e che continua quando una delle due colonne dell'unione viene portata via dal corso degli eventi.

Succede qualcosa di molto simile ai due coniugi  ormai anziani Nino e Caterina, dopo che il matrimonio ha regalato loro ben 65 anni di vita di coppia coesa e simbiotica, vissuta in un antico casale ristrutturato con i proventi della loro fiorente attività di farmacisti, ed arredato e abbellito di pezzi di antiquariato come frutto di un interesse che la coppia ha sempre coltivato e poi trasmesso ai due figli, divenuti adulti e celebri al punto da trovarsi in qualche modo indotti, soprattutto da parte della figlia Elisabetta, a trasporne su carta le più intime sfaccettature, grazie all'intervento di uno scrittore con velleità da romanziere che si vede quasi costretto dal suo editor a partecipare al progetto in qualità di ghost writer di quel diario intimo.

Tutto bello ed intenso, almeno in teoria, perché il film, tratto dal libro autobiografico di Giuseppe Sgarbi, figlio dei noti Vittorio (qui ridotto ad una controfigura o poco più) ed Elisabetta (interpretata da Chiara Caselli), pur facendosi forte di tematiche cardine della vita intima che si adattano facilmente ad ogni singola esperienza di vita, si rivela troppo presto un ricettacolo di tranelli ed ingenuità narrative davvero disarmanti, che ci restituiscono un Pupi Avati quasi mai così poco ispirato e travolto da una serie di personaggi e situazioni davvero inaccettabili sotto molteplici punti di vista.

Ridicola, se non imbarazzante, la figura del ghost-writer ingaggiato quasi con l'estorsione da una promessa editoriale di un suo romanzo in gestazione, interpretata da uno sprecatissimo Fabrizio Gifuni, la cui situazione familiare fa capolino in modo inopportuno quanto insistente, senza una vera logica rispetto al resto del contesto narrativo.

Poco credibile anche e soprattutto anagraficamente Stefania Sandrelli nel suo breve ruolo di moglie rassegnata verso una inesorabile "partenza", che, per quanto invecchiata con make-up, appare inidonea nei panni di una ultraottantenne.

Davvero inopportuni risultano anche tutti i personaggi dimessi e malinconici che formano una servitù così numerosa che pare degna di una ambientazione ottocentesca in stile Gattopardo, e poco incisivi i siparietti di una giovinezza affidata a due spaesati attori altrove pure bravi, come Isabella Ragonese e l'un po' espressivamente inquietante Lino Musella.

Sprecati e sviliti del tutto Nocella e ancor più Haber, centrifugati in una sorta di soap traballante tra ridicolo e imbarazzo e cammuffata da fallimentare opera di adattamento cinematografico, ove di salva un po', ahimè solo il ritrovato Renato Pozzetto, la cui nota, collaudata mimica svagata e qui giustificata appieno dagli effetti annebbiati dovuti all'avanzata età del protagonista, contribuisce a rendere forte e genuino il suo personaggio malinconico e disincantato di innamorato assoluto ed immortale della sua amata consorte sottrattagli a tradimento. 

 

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