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Mi chiamo Francesco Totti

Regia di Alex Infascelli vedi scheda film

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La recensione su Mi chiamo Francesco Totti

di mm40
4 stelle

Documentario sul calciatore della Roma Francesco Totti, che ha trascorso un quarto di secolo con la maglia giallorossa, conquistando anche uno scudetto.

Questo è il classico caso in cui bisogna tenere ben distinti la forma e il contenuto: se il documentario Mi chiamo Francesco Totti è ben realizzato, con i giusti toni enfatici, una narrazione lineare messa peraltro in bocca allo stesso protagonista, che diviene così soggetto-oggetto del film, e un finale esplosivamente agrodolce, ecco: allo stesso modo si deve riconoscere una certa mancanza di umiltà nell’esposizione dei fatti, costantemente volti all’agiografico e spesso raccontati in maniera parziale o fuorviante. Ad esempio il trionfo della nazionale italiana ai mondiali del 2006 clamorosamente ridotto all’episodio del rigore contro l’Australia (per l’appunto, l’unico gol di Totti nell’intero torneo) e a una finale vinta grazie a qualche episodio fortunato (!), dato che Totti non vi lasciò alcun segno. A vedere questo film pare che l’intera carriera del giocatore sia stata un continuo tripudio nel quale il numero 10 vinceva da solo, senza compagni di squadra o allenatori, ma senza nemmeno gli avversari. Se la canta e se la suona da solo, come si dice in gergo, sebbene il commento letto dall’ex capitano della Roma sia in realtà firmato dal regista, Alex Infascelli, e da Vincenzo Scuccimarra, con cui Infascelli aveva già collaborato per l’ottimo S is for Stanley (2015). Un po’ di celebrazione è giusta e doverosa, ma così sembra davvero eccessiva, esattamente come suonano un po’ stonate le cattiverie riservate a Spalletti, accusato di aver stroncato la carriera del giocatore per una sorta di inspiegabile invidia nei suoi confronti. Indubbiamente Mi chiamo Francesco Totti piacerà parecchio ai tifosi romanisti e scontenterà gli eterni rivali laziali; a chi invece, magari all’estero o nato troppo tardi per apprezzarlo dal vivo e vorrà conoscerne meglio le gesta fuori e dentro al campo, questo lavoro lascia però poco o nulla, quantomeno di attendibile. 4/10.

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