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Triangle of Sadness

Regia di Ruben Östlund vedi scheda film

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La recensione su Triangle of Sadness

di Gangs 87
7 stelle

Carl, giovane modello, è fidanzato con Yaya, influencer e modella a sua volta. Dopo aver partecipato alla settimana della moda di Milano, i due vengono invitati su uno yacht di lusso, per trascorrere una crociera insieme ad altri ricconi, dove la prerogativa della crew, gestita dal primo ufficiale Paula, è accontentare ogni desiderio degli ospiti, esaudire qualsiasi richiesta. Durante la cena con il bizzarro capitano marxista , le cose prendono una piega inaspettata portando a conseguenze disastrose.

 

L’ultima pellicola di Ruben Östlund ha incantato ancora Cannes vincendo la sua seconda Palma D’Oro consecutiva. Riprendendo la consueta abitudine di suddividere la pellicola in capitoli, anche qui Östlund decide di dividere la narrazione in tre capitoli.

 

1. Carl e Yaya – la prima parte è quella più breve, vuoi anche per il carattere introduttivo che le viene assegnato, e getta le basi per presentare i due protagonisti principali attorno ai quali ruota tutta la trama. Delle tre è la parte più didascalica per quanto l’intera pellicola, a differenza di quelle del regista che l’hanno preceduta, risulta comunque accessibile a tutti e ben esplicita in quello che vuole mostrare, di certo è quella più scarna e schietta, se così possiamo dire.

 

2. Lo Yacht – la nullafacenza in cui fluttuano le vite dei lussuosi ospiti, dell’esclusiva crociera, viene squarciata dall’irriverenza del capitano, che passa le sue giornate ad ubriacarsi nella sua stanza, refrattario al genere umano di basso rango e inconsistenti valori che lo circonda, si ribella imponendo la “cena con il capitano” in una serata di tempesta; il mare mosso, unito ad un’intossicazione alimentare, trasformerà l’evento di gala in un festival di vomito e diarrea. In quella che delle tre è la parte più sfacciata, Östlund è senza freni, tra discorsi marxisti e confessioni antipolitiche ci regala un quadro dettagliato e preciso di tutto lo sdegno rivolto a coloro che fanno della ricchezza una virtù, uno strumento con il quale elevarsi al di sopra dei miseri altri.

 

3. L’isola – quando il destino interviene a livellare le cose, le situazioni si capovolgono. Sperduti su un isola deserta dove il denaro non vale più nulla, dove la morte incombe tiranna, Abigail, che prima era stata una semplice inserviente, diviene dittatrice esigente, sfruttando le sue capacità di caccia e di sfruttamento delle risorse che mette a disposizione degli altri solo in cambio di lauti compensi. I pochi sopravvissuti che prima credevano di avere il mondo nelle loro mani, finiscono nelle mani del destino avverso.

 

In un finale degno del buon film che Triangle of Sadness si ostina ad essere fin dall’inizio, troviamo l’ennesimo schiaffo dello geniale Ruben Östlund all’umanità che ci circonda: troppo abituati a non sapersi guardare intorno, a vivere la vita per quella che è senza avere la forza e la capacità di cambiare la propria sorte, i naufraghi non si rendono conto che la via d’uscita è a pochi passi da loro ma, quando per un fortuito caso se ne accorgeranno sarà ormai troppo tardi. Forse.

 

L’ultima opera di Ruben Östlund è bella. Bellissima. Piacevole da guardare, interessante da scoprire. Ogni visione ti regala un dettaglio che la precedente aveva celato e non stanca, quasi mai. Una pellicola che rasenta la perfezione per quanto è sfacciata ma che da essa si allontana per quanto è banalmente volgare.

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