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Weekend

Regia di Riccardo Grandi vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Weekend

di alan smithee
3 stelle

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Quattro amici di vecchia data attorno ai venticinque anni, si ritrovano invitati ad una mostra di pittura che celebra l'opera di una pittrice che si rivela la madre di un loro quinto carissimo amico, deceduto qualche anno prima presso la baita in cui trascorreva un periodo di vacanza assieme a costoro, per cause ancor oggi poco chiare.

La mattina dopo la festa, i quattro si ritrovano infreddoliti e storditi, nella medesima baita ove ebbe luogo la morte del loro amico.

Qualcuno li ha condotti in quella dimora sperduta, mentre fuori nevica e il freddo risulta proibitivo, e li osserva mentre, ripensando alla dinamica dei fatti occorso anni prima, ognuno rifletta e giunga alla consapevolezza di individuare chi, tra loro, risulta come il responsabile della morte del padrone di casa loro coetaneo.

Ne scaturirà un tutti contro tutti, una lotta psicologica, oltre che fisica, che contrapporrà i quattro in un conflitto soprattutto psicologico ed interiore volto a venire a capo della ingrovigliata e complessa matassa.

Forte di un cast che racchiude cinque speranze più ambiziose del nostro cinema italiano avvenire, Weekend risulta vittima di una sceneggiatura scriteriata che affligge il talento di ognuno dei pur bravi ed ormai noti interpreti prescelti, coinvolti ognuno a dar vita a personaggi costruiti così a tavolino, da risultare come sbiadite figurine di un mini puzzle in cui gli sceneggiatori si credono una sorta di collettivo Agatha Christie, in grado di procedere, con noncuranza e sprezzo verso un minimo di plausibilità, al dispiegamento della verità, che si rivela, come da copione scaltro e sin troppo furbo o calcolatore, foriera di molteplici connivenze e comuni (ir)responsabilità.

Alessio Lapice, Eugenio Franceschini (voce austera un po' costruita ma bellissima), Jacopo Olmo Antinori, Filippo Scicchitano, altrove tutti bravi, brillanti, simpatici e meritevoli di buona considerazione, a cui si aggiunge il giovane Lorenzo Zurzolo nel ruolo della vittima, ce la mettono tutta per tentare di portare la pellicola verso una sponda salvifica che risulti sinonimo di operazione riuscita, ma ognuno risulta vittima e succube di una storia lambiccata e devastata da luoghi comuni inerenti una gioventù stereotipata sino all'imbarazzo più insostenibile.

E non basta la furbizia di un finale molteplice e multisfaccettato, oltre che furbo, per far cambiare opinione sulla sorte nefasta di questa produzione decisamente deludente ed approssimativa anche nella costruzione delle scenografie, con quelle ambientazioni sin troppo evocative, e quegli interni di cartapesta inadeguati, intesi a raffigurare i dettagli per nulla verosimili di uno chalet ove si racchiudono gran parte dei momenti chiave del modesto thriller.

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