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Il collezionista di carte

Regia di Paul Schrader vedi scheda film

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La recensione su Il collezionista di carte

di mck
9 stelle

“È inutile che vivi fuori se muori dentro.” (cit. da Rebibbia quartiere, tramite “Strappare Lungo i Bordi”). Chiunque può provare a redimersi un poco. Anche in ritardo. Basta non aspettarsi sconti.

 

The Card Counter”, ovvero: “Dei Recenti Sviluppi su Interrogatorio e Attendibilità.”

Non è proprio per cose come il Garden Glow del Missouri Botanical Garden (una francamente orripilante Las Vegas botanica sempiternamente natalizia) che Mohamed Atta ha piantato le corna nella Torre Nord, quella luminosa e tersa mattinata di un’estate indiana newyorkese, anche perché al tempo questo iper-nonluogo non esisteva, ma diciamo che non avrebbe aiutato. Poi, che volete, a proposito di inesistenze, del resto il carcere di Abu Ghraib (ora Prigione Centrale di Baghdad) sarebbe stato di lì a poco messo in piedi in Iraq e l'oggi abbandonato e dismesso in fretta e furia (in mani altrui) centro di detenzione di Bagram sta(va) in Afghanistan, oh, mica in U.S.A. [eccezione: Guantanamo ("...l'orrore, l'orrore..."), un pezzo di Cuba espropriato in aeternum dal locatario yankee].

 


«Conosci l'espressione “tilt”? Un giocatore che sta vincendo e va fuori di testa, va in tilt. Proprio come nel flipper. Qualcosa di simile succede negli interrogatori. È chiamata “deriva della forza”. Capita quando nell'interrogatorio si applica sul prigioniero sempre più forza con risultati sempre minori. L’interrogatore si stordisce di frustrazione e di potere. Chiunque può andare in tilt.»

Yasujiro Ozu la MdP la metteva lì, ferma, ad altezza tatami. Era una fissa sua, che ci vuoi fare. E d’intorno, la meraviglia. Robert Bresson la MdP la muoveva se ce n’era bisogno, era fatto così (se Mouchette ruzzola, la MdP la segue per un po’, effettuando una lenta panoramica a schiaffo di 45°, lasciando poi al montaggio il compito di riprenderne più giù la ruzzolante corsa, una, due, tre volte, poi torna Monteverdi, e anche l’acqua, immota e limpida, torna; se Balthazar, spossato e ferito, cerca un giaciglio per riposare l’affanno e calmare l’emorragia, la MdP montante una media focale lo segue, e poi si adagia con lui, con lui attendendo che lo scampanellio del gregge lo circondi, e poi lì sta, e se poi il gregge si allontana di qualche passo e ritorna Schubert, lo segue per un poco, sino a rivelarne gli esiti dello schianto al suolo, e lì ritorna, e rimane). Paul Schrader, invece, da un lustro a questa parte, ovvero con le sue due ultime opere, dopo aver messo in scena con “Dog Eat Dog” (2016), non scritto da lui, una sua “paradossalmente” personale - e parziale, "rivelantesi" solo sul finale, e cambiando le regole del gioco retroattivamente - versione di “An Occurrence at Owl Creek Bridge” di Ambrose Bierce, come già - più esplicitamente, con totale evidenza compiuta - in “the Last Temptation of Christ” (1987), per Scorsese, persiste nell’intento esorcistico, perfettamente riuscitogli, d’ingenerare un lieto fine (del film, non della storia) “provvidenziale”, nel senso “umano” del termine, ponendolo lì, in zona estatico-salvifica, come quando ad esempio l’epifania raggiunge il climax andandosi a spegnere nell’ombra di un sorriso ghignante in “Taxi Driver” (1976), ancora per Scorsese: attuato “inconsapevolmente” nei confronti del protagonista da un’altra persona, con la sua sola presenza apparita, nel caso di “First Reformed” (2017), che si risolve (errore, punizione, reazione, salvezza) in un abbraccio dopo aver preteso ed accolto la luce proprio come accadeva in “Bringing Out the Dead” (1999), sempre per Scorsese, e realizzato dal protagonista stesso in “the Card Counter” (2021), che giunge (errore, accettazione/punizione, reazione, punizione/salvezza) ad un contatto “attraverso” un vetro (come del resto già Renato Pozzetto insegnava) partendo da “PickPocket” (le sbarre messe a grata) e passando dalla nullificazione di quell’amorfa superficie cristallina ch’è al contempo ponte e confine che avviene al termine di “American Gigolò” (1980) e dalla sua ontologica assenza nel finale “copia conforme” di “Light Sleeper” (1992), uno dei tanti film del regista poco rimasti nel cosiddetto immaginario collettivo, così tanto colonizzato dall’effimero provvisorio-transitorio, qual è ad esempio, per citarne solo uno, il più recente “the Walker” (1997).

 


(A latere, è “interessante” notare come un regista e sceneggiatore che in carriera ha messo in scena per tre volte - la prima 40 anni fa, riprendendo un film di altri 20 anni prima - lo “stesso, identico” finale possa descrivere il “Cry Macho” di Clint Eastwood come un film che pone “riflessioni che potevano andar bene 30 anni fa”.)

Oscar Isaac, attore anche in “A Most Violent Year”, “Show Me a Hero”, “Ex Machina”, la terza trilogia di Star Wars, “Annihilation”, “Scenes from a Marriage” e “Dune - Part One”, oltre ad essersi impegolato nell’universo marvelliano degli X-Man in due ruoli distinti, consegna qui la sua prova migliore dopo quella offerta per “Inside Llewyn Davis” dei Coen. Tiffany Haddish, stand-up comedian, centra il ruolo della vita, almeno fino ad oggi. Tye Sheridan (“the Tree of Life”, “Mud”, “Joe”, “Ready Player One” e il prossimo “the Tender Bar”) dispiega sapientemente all’uopo la faccia giusta per il ruolo, quella da povero tonto, e tragico. Willem Dafoe è Willem Dafoe [K.Bigelow, W.Hill, W.Friedkin, O.Stone, M.Scorsese, J.Waters, D.Lynch, J.Milius, W.Wenders, A.Ferrara, D.Cronenberg, S.Raimi, W.Anderson, L.Trier, S.Lee, T.Angelopoulos, W.Herzog, S.Bakers, D.Eggers (compreso il nuovo “the NorthMan”), l'imminente del Toro greshamiano e in totale 7 volte con Schrader (più quella condivisa con Scorsese), compresa quest’ultima], anche per quel poco metraggio in cui compare, è Willem Dafoe.

 


La fotografia [certe composizioni del quadro (1.66:1) con riprese degli ambienti in interni dal vero, in cui i movimenti della MdP in semicircolare panoramica disegnano prospettive e profondità di campo semplicemente pennellando/riproducendo il territorio da un singolo PdV, e alcuni momenti di organizzazione dello spazio con gli attori in movimento mentre camminano lungo corridoi, stanze, atri e saloni e aprono e chiudono porte attraversandone i vani e solcando stipiti e architravi, si possono osservare solo in un film-culmine del cinema contemporaneo qual è “Eyes Wide Shut”, mentre una nota a parte la merita l’utilizzo non eccessivo, m’anzi perfettamente consono, di un obbiettivo ipergrandangolare estremo (ultrawide fish-eye) e formato più panoramico per descrivere l’odore, la temperatura e la pressione nei ricettacoli di Abu Ghraib e Bagram] e il montaggio (classico, e/ma potente) sono rispettivamente di Alexander Dynan e Benjamin Rodriguez, entrambi collaboratori del regista dai tempi proprio di “Dog Eat Dog”.

Per le musiche il regista e sceneggiatore ha interpellato Robert Levon Been dei Black Rebel Motorcycle Club che, con Giancarlo Vulcano e Jesse Mark Russell ha scritto una partitura e delle canzoni in magnifico noise rock.

Martin Scorsese qui, tra i produttori esecutivi, è, per Paul Schrader quel ch’è La Linda (magari senza artigli in acrilico rosa) per William “Tell” Tillich.

OPM

 

You’re so afraid of goin’ down / That you’re afraid of goin’ nowhere

 

In my lonesome aberration / It won't settle with a crowd / You're a beast that I was raising / That surrounds you like a crown

 

So far from this place / My mind can’t erase / I absolve you / So hard to escape / Time holds the key

 

Title Card

 

“È inutile che vivi fuori se muori dentro.” (cit. da Rebibbia quartiere, tramite “Strappare Lungo i Bordi”).
Chiunque può provare a redimersi un poco. Anche in ritardo. Basta non aspettarsi sconti.

* * * * ¼ - 8½     

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