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Portrait

Regia di Sergei Loznitsa vedi scheda film

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La recensione su Portrait

di yume
8 stelle

Avventure dello sguardo

locandina

Portrait (2002): locandina

Alle radici del regista bielorusso Sergei Loznitsa.

Conosciuto su larga (si fa per dire) scala solo di recente tra Cannes e Venezia con un trio di documentari, Maidan (2014), The Event (2015) e Austerlitz (2016), una breve storia di fiction  —My Joy (2010) e In the Fog (2012) —Loznitsa ha iniziato vent’anni fa con una serie di lungometraggi e cortometraggi documentari cui appartiene Portrait.

 Una laurea in matematica applicata e pratica di lavoro sull’ intelligenza artificiale, oltre ad una profonda conoscenza della lingua giapponese, non gli sembravano sufficienti e nel 1997 completava il quadro con una laurea in realizzazione cinematografica. all'Istituto di Cinema Russo (VGIK) di Mosca.

Un segmento de I ponti di Sarajevo bastò, nel 2014, a farlo emergere tra i grandi capeggiati da Godard.

Il suo magnifico Riflessioni riportò in vitadal sottosuolo, mettendoli in sovrimpressione sui vivi, quei cecchini che all’inizio degli anni ’90 di un secolo morto male dietro le nostre spalle, puntavano sulla gente inerme per strada, al mercato, dovunque. A Sarajevo, qui vicino, non sulla luna.

Ma chi ricorda? Il cinema ricorda.

Walter Benjamin diceva che “la storia è un salto di tigre nel passato”, e il salto di tigre è silenzioso e agile, il felino ti afferra alla gola e non ti molla più.

Afferra però anche il presente che dimentica, si attarda sul poco o sul nulla, la morte dietro il presente ha celebrato i suoi fasti più spettacolari, ma lui fa finta di niente.

Loznitsa  conosce forse un’anonima canzone contro la guerra:  “ Si muore nel silenzio di un’Europa che non c’è? / Si muore dietro l’angolo e solo Dio sa perché. / Muoiono i bambini mentre giocano per strada? / Muoiono le madri come a Santiago o come a Praga…”, forse la canticchia mentre gira le sue riprese, di ogni film dice che è un teorema che arriva al punto finale.

Dopo la dimostrazione.

scena

Portrait (2002): scena

 Soffermiamoci su Portrait, suo secondo film, 2002, 28 minuti, bianco e nero da grande della fotografia, muto nel senso che gli umani non parlano, parlano il vento e l’acqua, gli uccelli, il fuoco e chissà quali altri rumori ambientali.
Gli uomini (e le donne) sono immobili, in posizione frontale, in piedi o seduti, da soli o a due, guardano in macchina e il nostro esercizio è scoprire da quale dettaglio si evince che siano vivi e non mummie.

Non è un fermo immagine, un impercettibile movimento di pollice e indice ci fa tirare il fiato, la vita c’è, si è solo presa una pausa di 15/20 secondi.

Ma se la vita umana si ferma il tempo continua a scorrere, i rami stecchiti degli alberi si muovono al vento rigido della steppa russa, le grandi e lunghe nuvole nel cielo scorrono grigie sulla terra bianca di ghiaccio, l’acqua si muove e brilla, la nebbia sale, un cane abbaia, i corvi gracchiano.

Riprese in tempi diversi, in primavera la steppa si tinge di fiori, gli abiti sono meno pesanti, i volti uguali.

Il cinguettio di storni e allodole e il ronzio di un calabrone fanno sperare che si apra un sorriso, ma no, non si arriva a tanto.

 

Distillazione dell’immagine, attrazione degli opposti, quiete e movimento, silenzio e rumore.

Le figure umane diventano icone, statue di una galleria museale che non hanno nulla della santità delle icone e della bellezza eroica dei marmi capitolini.

Contadini e operai della Bielorussia che hanno appena lasciato il lavoro, sono stanchi, sporchi, vecchi anche quando sono giovani..

Ci guardano e forse qualcuno non riesce a sostenere lo sguardo.

Ciò che mi interessa – dice il regista -  è la possibilità di realizzare pensieri con le risorse che compongono il cinema. Il resto è secondario... Prima un'impressione, poi una riflessione, poi una realizzazione".
Sembra una contemplazione della quiete, ogni venti secondi è inquadrato un essere umano immobile, decine ne scorrono in ventotto minuti, nessuna parola ma lunghi discorsi sulla vita, il suo dolore, la sua fatica.

Quindici, venti secondi sembrano pochi e invece sono molto, Loznitsa ci restituisce un rapporto col tempo che abbiamo falsato, distorto, ci fa guardare, dobbiamo farlo, per forza, o ci alziamo e andiamo via..

Quegli esseri umani ci guardano, abbiamo tutto il tempo di immaginare la loro vita, umore, rassegnazione, rabbia repressa, povertà subita, dignità, capacità di sacrificio, impegno nel lavoro dentro una natura difficile, dura, che ha le sue leggi e dell’uomo non le importa nulla.

E’ come se si preparasse uno scontro, di qua il debole che raccoglie in silenzio le sue forze, di là il campione baldanzoso, mobile, rumoroso.

L'occhio della telecamera sarà l’arbitro.

Sergei Loznitsa

State Funeral (2019): Sergei Loznitsa

 

 

www.paoladigiuseppe.it

 

 

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