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Honeydew

Regia di Devereux Milburn vedi scheda film

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La recensione su Honeydew

di pazuzu
7 stelle

Niente di originale. Eppure Honeydew, esordio alla regia di Dereveux Milburn, pur essendo lontano dall'essere un capolavoro, ha un fascino tutto suo dovuto all'atmosfera malata e straniante generata dal tappeto sonoro di John Mehrmann e più in generale dal complesso del lavoro sui rumori d'ambiente.

 

 

Mentre una comunità sparuta sta assistendo ad una funzione religiosa, un uomo si ferma nei paraggi, mangia qualcosa, poi viene incuriosito da un casale, vi si introduce e si accinge ad aprire una cassa. Nel frattempo, una coppia sta viaggiando in macchina: sono Sam, un attore in erba che arrotonda facendo il cameriere, e la sua ragazza Riley, laureanda in botanica che ha interesse a spostarsi tra le campagne del New England per completare la propria tesi sul ritorno del sordico, un fungo del grano diffuso nel medioevo con effetti sugli animali e sull'uomo, causa di possibili cancrene che portavano all'amputazione degli arti, o anche a graduali discese nella pazzia in caso di consumo prolungato.
Al netto di questa introduzione, l'assunto di Honeydew è simile a quello di altre dozzine di film dell'orrore: la coppia infatti, si ritrova con l'automobile in panne in un angolo dimenticato del mondo e chiede aiuto alla persona sbagliata.

 

 

Insomma, niente di originale. Eppure Honeydew, esordio alla regia di Dereveux Milburn, pur essendo lontano dall'essere un capolavoro, ha un fascino tutto suo dovuto all'atmosfera malata e straniante generata dal tappeto sonoro di John Mehrmann e più in generale dal complesso del lavoro sui rumori d'ambiente, laddove, assieme alla presenza sporadica di strumenti a percussione o leggere tastiere riverberate, le melodie provengono talvolta da voci sussurrate e incomprensibili come accenni di onomatopee, e le note musicali dall'utilizzo ossessivo di utensili domestici: il ricorso a questo artificio si accompagna al recupero vintage di un armamentario anni '70 e '80 composto da auto oggi d'epoca (la Saab 900 Turbo su cui viaggiano i protagonisti) o da vecchie tv a tubo catodico e registratori per audiocassette (presenti nella casa in cui vengono inghiottiti e quasi sempre accesi), a creare un corto circuito stordente con il tempo presente rappresentato dagli inseparabili smartphone (da cui vengono progressivamente abbandonati) che fa il pari con l'effetto deformante generato dallo spleet screen, che suggerisce, accompagna e amplifica il generale senso di smarrimento, distorsione e ottundimento.

 

 

In un incubo ad occhi aperti che vale più per il linguaggio utilizzato che per quanto effettivamente espresso, un ruolo fondamentale è assegnato anche agli attori, tra i quali (al di là della presenza di Sawyer Spielberg, figlio di Steven, alla prima da protagonista - è Sam) si erge - per distacco - la prova di Barbara Kingsley nella parte di Karen, l'anziana donna a cui i ragazzi chiedono ospitalità, e il cui inquietante ghigno a metà tra l'ebete ed il sadico ne fornisce sin da subito misura della follia.

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