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Lacci

Regia di Daniele Luchetti vedi scheda film

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La recensione su Lacci

di mck
8 stelle

“Abbiamo vissuto nel disastro.”

 

Lacci, per tenere insieme labes (il crollo, le rovine, lo sfacelo: la bestia-matrimonio, la più dis/umana e in/naturale delle istituzioni), e i figli, come unici legàmi, slegàti.

“Il solo male del divorzio è che è preceduto dal male del matrimonio.”
David Cooper – “la Morte della Famiglia (i Due Volti della Rivoluzione)” – 1971

 

 

Il miglior film di Daniele Luchetti da molti anni a questa parte

– e con opere quali “Chiamatemi Francesco”, “Io Sono Tempesta” e “Momenti di Trascurabile Felicità” a precederlo non sarebbe per forza questo gran complimento, ma invece, tutto sommato (considerando anche i mitopoietici inizi di “Domani Accadrà” e “Arriva la Bufera”), lo è –,

vale a dire dai tempi di “Mio Fratello è Figlio Unico”, “la Nostra Vita” e “Anni Felici” (ovverossia - gaddismo, e non errore - lo stesso periodo in cui Paolo Virzì girava i consimili, per atteggiamento verso ‘sto paese, “Tutta la Vita Davanti” e “la Prima Cosa Bella”), e financo, persino, dall’epoca del

– tornando a lavorare su e con Domenico Starnone (il cui cinema è… quello lì: Riccardo Milani, Michele Placido, Sergio Rubini, Alessandro D’Alatri, Wilma Labate) per la terza volta dopo quella prima –

suo capo d’opera, “la Scuola”, scorre ch’è un piacere traslando

– con l’aiuto per l’appunto dello stesso romanziere e d’un altro scrittore, tanto di pagine rilegate per le libreria quanto di sceneggiatura pinzate per i(l) cinema, omogeneo ad essi, Francesco Piccolo (Nanni Moretti e ancora Virzì), che con Luchetti aveva appena lavorato nel già citato MdTF –

le cartelle del romanzo a tre voci (e carteggi a senso unico, flussi di coscienza, dialoghi a due) da cui è tratto dall’inizio degli anni ‘60 all’inizio degli anni ‘80 (e di conseguenza sposando in avanti di vent’anni anche il secondo e bipartito blocco narrativo che si svolge - nel romanzo in maniera più punteggiata, lineare ed onnicomprensiva - quasi quattro decadi dopo, dalla fine degli anni ‘90 alla fine degli anni ‘10), sottolineando ed evidenziando la sua natura di discorso eterno e universale in seno alla borghese classe media (non più o giammai) dominante.

 


Il sestetto d’attori principali convince (e la sospensione dell’incredulità relativa alla fisionomia facciale si attiva dopo un microsecondo), con Luigi Lo Cascio, Silvio Orlando e Giancarlo Giannini che quasi non sbagliano una posa (il primo ha più continuità e costruita naturalezza, il secondo sfrutta bene il gran mestiere senza inceppamenti e il terzo, pur mancando d’acuti, risulta efficacemente verista), mentre Alba Rohrwacher e Laura Morante forse pagano un po’ troppo, specialmente la seconda (ché alla prima toccano dei primi piani che levati), la natura più estrema del lavoro di caratterizzazione sul personaggio loro assegnato. È invece Giovanna Mezzogiorno a sfornare – dopo la buonissima prova da protagonista in “Napoli Velata” e la più piccola ma riuscita in “la Tenerezza” – la prestazione magari, sì, meno persuasiva, assimilabile a quella coeva di “Tornare”, in attesa di poterla riapprezzare, se pur in un’altra parte minore, ne “gli Indifferenti”, ma senz'altro più difficile da incarnare perché motore nascosto in piena vista della storia, deflagrante condensato epifanico in auto-agnizione.
Chiudono il cast la brava Linda Caridi (“Antonia.”, “Lea” e “Ricordi?”) e i quattro piccoli interpreti dei due figli (la coppia d’attori cambia a distanza di un biennio diegetico).
Insomma: alcune sottigliezze pregevoli, con qualche imprecisione.

 


Fotografia di Ivan Casalgrandi (“Sonetàula”, “Romanzo Criminale - la Serie”, “Senza Nessuna Pietà”, “Gomorra - la Serie”). Montaggio dello stesso Luchetti con Aël Dallier Vega (“Atlantique”).
Musiche, presenti il giusto, pescate da un eterogeneo immaginario/patrimonio collettivo: dalle Teche Rai viene ripresa (come già fece con primeva ed immane forza Antonio Pietrangeli per incorniciare Stefania Sandrelli) una finnico-pavese (Lindström/Pallavicini) marcetta delle Kessler, l’anaforica “Làsciati Baciare col LetKiss” che apre e chiude il film, mentre più retoricamente, ma senza sbagliare il tono, vengono utilizzate una polacca, una sarabanda e un’aria dalle Variazioni Goldberg di J.S.Bach nell’esecuzione di Glenn Gould. Inoltre, il remix ad opera dei Bon Entendeur di “le Temps Est Bon” di Isabelle Pierre (a proposito di collegamenti temporali) e una sonata di Scarlatti.
Producono la IBC di Beppe Caschetto e la RAI, che distribuisce con 01.

Io li conoscevo male, ovvero: “Abbiamo vissuto nel disastro.”

* * * ¾   

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