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Amira

Regia di Mohamed Diab vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Amira

di obyone
8 stelle

 

scena

Amira (2021): scena

 

Venezia 78. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica.

Se volete farvi un'idea del fenomeno "haters" vi basti dare un'occhiata al giudizio medio di "Amira" dell'egiziano Mohamed Diab su IMDB e sull'aggregatore della mela "Letterboxd". Nel primo caso è pari a 2.5 (su 10). Nel secondo è 3.3 (su 5), naturalmente alla data in cui scrivo. Una discrepanza notevole soprattutto se si pensa che gli oltre 7 mila votanti della piattaforma Amazon si riducono a trecento in quella di Apple. Spulciando, poi, il numero dei voti racimolati dagli altri film della sezione Orizzonti il secondo, per numero di giudizi, non arriva a 600. Si tratta di "Rhino" del vessatissimo Oleg Sentsov, un film ucraino uscito in patria pochi giorni prima dello scoppio della guerra; un titolo che avrebbe potuto infastidire i vicini russi spingendo più di qualcuno a rovinarne la media per questioni ideologiche. Nonostante il conflitto, e la violenza verbale che lo pervade, nemmeno "Rhino" è riuscito ad avvicinare "Amira" nei numeri. Voti e recensioni su Film.Tv contribuiscono a rendere ulteriormente inaffidabile il valore espresso in IMDB e a suggerire che Mohamed Diab si sia attirato le ire altrui per motivi diversi dalla critica cinematografica. "Amira", dunque è riuscito a riattizzare rancori e risvegliare l'orgoglio politico e religioso di molti, com'è inevitabile che sia, quando si parla di rapporti tra Israele e Stato Palestinese. Anzi, a mio parere, è facile che il regista abbia infastidito sia palestinesi che israeliani nel suo tentativo di spiegare certe consuetudine figlie della belligeranza.

 

scena

Amira (2021): scena

 

Per uno spettatore che non conosca a fondo la realtà israelo-palestinese la storia raccontata dal film di Diab può suscitare molteplici emozioni, spesso difficili da metabolizzare come imbarazzo ed incredulità. Ma per palestinesi e israeliani le emozioni provate si spingono più in là dello sdegno abbracciando sentimenti quali rabbia e profondo rancore.

Diab racconta una storia talmente assurda da sembrare impossibile ai nostri occhi. Ma La realtà, invece, come spesso succede, supera la finzione. 

Dal 2012 ad oggi, recita la didascalia prima dei titoli di coda di "Amira", oltre 100 bambini sono nati da prigionieri palestinesi grazie alle gravidanze rese possibili dal traffico di sperma in uscita dalle carceri israeliane. Il soggetto, dunque, è piuttosto audace nel trattare un tema delicato come la fecondazione assistita in un ambiente profondamente maschilista e conservatore che tende a considerare un insuccesso l'utilizzo di tali strumenti nel campo del concepimento. Questo nonostante l'Islam ammetta l'utilizzo delle tecniche di fecondazione all'interno della coppia (classica) che desideri avere un figlio e completare la famiglia secondo un accezione più alta di tale termine.

Nel caso dei prigionieri palestinesi, spesso rinchiusi per decadi nelle carceri del nemico le considerazioni teologiche vanno a braccetto con quelle politiche tanto che le autorità religiose hanno da tempo benedetto la pratica come rivalsa del popolo nei confronti del governo israeliano che di fatto, impedendo ai prigionieri di avere rapporti sessuali, preclude loro la possibilità di avere una discendenza. Un aspetto non trascurabile sia dal punto di vista antropologico, poiché la reclusione toglie al maschio l'istinto di trasmettere i propri geni, sia dal punto di vista culturale e politico poiché la stessa impedisce al prigioniero di onorare Dio ed il proprio Paese con nuovi giovani "soldati" da donare a difesa dell'Islam e del territorio.

In un simile contesto non stupisce che Wanda non sia mai stata col marito ed abbia avuto, comunque, una figlia. Nonostante il parere contrario della moglie, Nuwar, non contento, vorrebbe un ulteriore figlio, meglio se maschio. Come per Amira l'unica soluzione è la procreazione assistita. Nuwar ha già pensato a tutto e a poco valgono le titubanze di Wanda. Le donne sono sempre alla marcé degli uomini e in molti casi non riescono o non vogliono cambiare le cose come la madre di Nuwar che non accetta dalla nuora un no alle richieste del figlio, beatificato eroe della Jihad palestinese. Riluttante e impotente Wanda deve cedere alle volontà del coniuge, sola in una famiglia in cui vien meno anche l'appoggio della figlia Amira imbevuta di patriottismo palestinese e dell'adorazione per i maschi inculcata dalla cultura araba. Tutto si svolge come deciso da Nuwar in un ambiente che non ammette dialogo ma molteplici ed insistite reticenze. I desideri, però, non sempre collimano con la realtà e la mancata "fusione" tra ovulo e gamete distrugge l'equilibrio precario della famiglia smascherando ipocrisie che relegano Wanda ed Amira in un limbo di disprezzo e indifferenza comune.

Prendendosi alcune licenze narrative, Amira, infatti, è un adolescente nata prima di quel 2012 in cui il fenomeno sembra sia diventato virale, Diab ha unito l'analisi della faida geo-politica a quella più prettamente sociale. "Amira" è un trattato sul ruolo delle donne nelle famiglie patriarcali dell'estremismo palestinese. Ognuna ha un ruolo subalterno e soccombe alla violenza verbale del maschio, all'autorità religiosa, alla remissione di genere. La madre di Nuwar non è solidale con le altre donne e persino la giovane Amira preferisce credere al disonore della madre piuttosto che considerare le implicazioni di una tragica scoperta.

Nonostante la fedeltà al padre e all'ambiente chiuso in cui è vissuta, Amira, però, è costretta a guardare in faccia il mondo che la circonda che d'un tratto le appare estraneo. Inizialmente lo fa con le armi che l'educazione impartita le suggerisce ma alla fine non le resta che ascoltare se stessa in un atto di ribellione al sistema, ripiegato su se stesso, che l'ha fatta crescere in quel modo che ora rifugge. La riflessione del regista non si limita, naturalmente, all'ambiente oppressivo arabo/palestinese. Il finale è dedicato all'altra parte del baratro. Nella sequenza più toccante e disperatamente silenziosa una guardia carceraria israeliana guarda la figlia stesa sul tavolo di un laboratorio. Lo sguardo rivolto a quel viso è colmo di tristezza e incredulità. L'ideologia ha lasciato il segno negli anni giovanili dell'uomo che ora fissa quell'ovale in cui proietta la sua stessa immagine giovanile, probabilmente carica dell'odio e del disprezzo della militanza politica che ha adagiato la ragazza sul metallo freddo della morte.

Quest'uomo, oppresso dal senso di colpa, era stato stupido ma non meritava di morire. Amira l'aveva capito. Amira aveva scelto la strada giusta. Era tornata sui suo passi per gridare al mondo l'inutilità della vendetta e dellle suddivisioni. Amira...

"Amira" è un film emozionante, teso, ed avvincente. Dentro di esso Diab ci lascia macerare come carta straccia fino al numero più atteso del suo spettacolo. Ma rivelato il trucco alza ancora l'asticella con un ulteriore e drammatico gioco di prestigio che trasforma l'attesa in un spasmodico desiderio di fuggire dal dolore. Mohamed Diab, salvo clamorosi errori della piattaforma, ha raccolto il peggio dai propri "haters" ma ha fatto centro con un film capace di fondere gioco cinematografico ed impegno civile bipartisan. Un merito che va oltre i consensi del momento.

Ed ora, è quasi obbligatorio, dover pensare ad un visione di Marvel "Moon Night". 

 

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Amira (2021): scena

 

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