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Lo specchio

Regia di Jafar Panahi vedi scheda film

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La recensione su Lo specchio

di OGM
8 stelle

Non è certo nuova l'idea del cinema che si (con)fonde con la realtà. Però lo è l'idea del cinema che nel mondo si perde, che smarrisce la strada, fino a dimenticarsi dello scorrere delle ore, dei giorni e degli anni, contraendo i tempi, dilatando gli spazi. La figura di Mina, la bambina iraniana che, non trovando la mamma all'uscita della scuola, cerca disperatamente di tornare a casa da sola, è l'emblema di una creatura curiosa, ma ancora acerba, che si mette in viaggio senza rendersi conto delle reali proporzioni dell'impresa. È lei la settima arte, un essere ancora giovane e ingenuo, che va all'avventura attraversando un universo che crede di poter conoscere, e che, invece, finisce per  travolgerla e stordirla. Gli incomprensibili discorsi degli adulti, l'irruenza del traffico caotico, il nervosismo della vita metropolitana sono gli ostacoli che si frappongono al desiderio di scoprire, di superare le distanze tra il soggetto e l'ambiente circostante. Mina ricorda i luoghi di riferimento ed i mezzi per raggiungerli, però poi si accorge che la memoria non basta a ricostruire il percorso, e ad affrontare le difficoltà e gli imprevisti di cui è cosparso. La pratica è una giungla in cui la teoria rimane a guardare,  stando ferma sul ciglio del marciapiede,  nell'impossibilità di attraversare l'impetuoso flusso dei veicoli. A poco serve anche la saggezza, se è vero che i vecchi sono i primi a restare vittime della violenza di un mondo che è in perenne movimento, e non vuole sentire ragioni. L'infanzia, per contro, rappresenta la speranza verso cui il mondo si chiude, arroccandosi sulle proprie ottuse certezze, fatte di abitudini e pregiudizi, di egoismi e priorità mal poste. Di fronte a ciò, il cinema si pone con occhio vigile ed indagatore, privo da condizionamenti, come colui che non sa e cerca strenuamente di capire. Ma quello che gli giunge, dalla tumultuosa storia quotidiana dell'umanità, è solo  un confuso ed assordante rumore di fondo, che fa da colonna sonora ad una sfilata di icone arrugginite, irrigidite nei loro ruoli prestabiliti ed immutabili. I personaggi che Mina incrocia lungo il cammino sono gli esponenti di una società cristallizzata intorno a pochi tipi: la madre, la nonna, la giovane sposa, la chiromante, la maestra, il faccendiere, il maschilista, il mendicante, il disoccupato: lo stesso regista e la sua troupe fanno parte di questo teatro incapace di cambiare, di venire veramente incontro ai bisogni di chi non afferra il senso di tutto ciò, e perciò si ribella e invoca aiuto. La piccola che non vuole più recitare, che chiede di essere libera di vivere la sua età, di giocare e partecipare alle festicciole, è come l'arte che, di fronte all'indifferenza degli uomini, alla loro indisponibilità a servirla, aprendo la mente in suo onore, decide di ripiegare sulla creatività pura ed individuale, svincolata dai canoni che vorrebbero assoggettarla alle mode. Tornare a casa, rifugiarsi nel privato, è l'extrema ratio a cui si ricorre per proteggere un tesoro minacciato dalla  cinica prepotenza della massa, dei regimi, dell'oscurantismo. Jafar Panahi non è mai stato così critico, nei confronti della sua gente, della sua nazione (e di se stesso) come in questo film: Ayneh è lo specchio in cui anche lui si riflette, e forse si vede e si scruta, o forse si vede e distoglie lo sguardo.

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