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Mattone e specchio

Regia di Ebrahim Golestan vedi scheda film

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La recensione su Mattone e specchio

di Peppe Comune
8 stelle

Hashem (Zackaria Hashemi) è un il tassista e mentre sta svolgendo un sevizio notturno tra le vie di Teheran, fa salire una donna sul suo taxi. Quando questa scende l'uomo si accorge che ha lasciato una bambina sul sedile posteriore dell'auto. Hashem ritorna sul luogo dove ha lasciato la donna ma sembra impossibile ritrovarla. Dopo essersi confrontato con degli amici sul da farsi, si reca al commissariato di polizia che gli dicono di tenere la bambina con sé per la notte e poi rivolgersi al più vicino ospedale. Ad aiutarlo con la bambina è Taji (Taji Ahmadi), la cameriera del bar che frequenta di solito. I due stanno insieme, ma non sono sposati, e quindi i loro incontri avvengono di nascosto, lontano dagli occhi “maligni” dei vicini di casa. Con il giorno, i due amanti si muovono per cercare di trovare una soluzione alla cosa.  Ma mentre l'uomo vuole al più presto trovare una soluzione a questo fatto strano che gli è accaduto, la donna coltiva il sogno che quel bambino possa rappresentare una svolta per il loro amore clandestino.

 

Taji Ahmadi, Zackaria Hashemi

Mattone e specchio (1965): Taji Ahmadi, Zackaria Hashemi

 

“Mattone e specchio” di Ebrahim Golestan è una delle tante gemme prodotte dalla florida cinematografia iraniana, un film riemerso dall'oscurantismo dove era finito grazie ad un ottimo lavoro di restauro che ne ha messo in risalto le “pennellate” di chiaro-scuro con cui l'autore ha inteso lavorare sulle differenze filologiche tra la notte e il giorno. Va subito messo in evidenza che, rispetto alla tradizione più cospicua del cinema iraniano in cui emerge più chiaro il legame poetico con la lezione del Neorealismo italiano, in “Mattone specchio” si sente maggiormente l'eco della Nouvelle Vague francese, sia per i piani di ripresa che tendono ad una marcata ricercatezza stilistica, sia per l'alternarsi continuo di lunghi dialoghi in “libertà” con degli altrettanto lunghi momenti di introspezione emotiva.

Il film inizia in una Teheran notturna che sembra Las Vegas, piena di vita e di luci che si estendono a perdita d'occhio. Poi il taxi di Hashem arriva in una zona isolata e dopo l'invadenza di insegne e rumori si è come catapultati in una dimensione parallela che oscilla tra il sogno ad occhi aperti e la premessa di una storia strana che sta per accadere. Una storia che tende ad insinuarsi in percorsi linguistici più intimisti retti sulla consistenza "ipnotica" della parola senza però perdere l’occasione di gettare uno sguardo attento sul modo di essere della multiforme società iraniana.  

Prima si è accennato alla differenza filologica tra la notte e il giorno, ovvero, sul come i due momenti temporali incidono diversamente sullo sviluppo emotivo della narrazione. La notte è il momento delle ombre che si addensano all’orizzonte, è quello dove ogni figura di contorno sembra vestita di una stranezza inusuale. Hashem si ritrova una neonata tra le braccia e durante la notte occorre decidere come comportarsi e dove bisogna dirigersi. Durante il giorno, invece, si deve passare alle vie di fatto, lasciare da parte l’accumulo di congetture e guardare la realtà dei fatti per quella che è. Bisogna trovare una soluzione per la bambina abbandonata dalla madre, e alle sensazioni indistinte che sin dà subito si sono accompagnate a questa triste storia deve corrispondere una lucidità di spirito orientata a far prendere una decisione senza generare pentimenti.

Questa differenza tra la notte e il giorno serve a fornire delle coordinate fisiche al film, in modo che l'alone di mistero che l'abbandono di una bambina acquista nella notte, viene assorbito dalla luce del giorno a contatto con la complessa realtà iraniana rappresentata in alcuni spaccati essenziali. Si pensi a tutta la bellissima sequenza in orfanotrofio, dove Taji si ritrova di fronte ad una realtà che probabilmente non conosceva, quella di centinaia di bambini in cerca di genitori. Una fetta consistente di futuro che ha disperso il cordone ombelicale con le sue radici originari. Oppure si prenda quella dell'ospedale, all’interno dell’ufficio della capo sala. Quest’ultima, mentre ascolta il racconto doloroso di una donna che non riesce a rimanere “fertile”, riceve una telefonata. Sullo sfondo, sentiamo sempre la donna e i commenti delle altre persone presenti nella stanza, compreso quelle di Hashim, andato all'ospedale per chiedere a chi deve dare il bambino. Ma la macchina da presa si sofferma unicamente sull’infermiera, che evidentemente ha ricevuto una telefonata amorosa. Si assenta completamente dal tutto e il cinema asseconda questo stato d'animo fissando l'attenzione per tutto il tempo su un fatto privato dimenticandosi del dramma che ha forti implicazioni sociali che si sta consumando sullo sfondo.

Un'altra differenza fondamentale che incide profondamente sulla struttura narrativa del film e quella tra l'uomo e la donna rispetto alla bambina, una differenza che riflette il diverso approccio sentimentale che hanno l'uno verso l'altra. L'uomo, assai vanesio e molto preoccupato di quello che pensano gli altri sul suo conto, si muove seguendo la strada più lineare e ovvia rispetto a quello che gli è accaduto, quella cioè di rivolgersi alle istituzioni preposte per denunciare l'accaduto. La bambina per lui rimane un elemento esterno ed estraneo rispetto al rapporto che ha con Taji, un rapporto che lui sembra vivere con estrema leggerezza, dando mostra di non preoccuparsi molto di farlo uscire dalla clandestinità cui costretto a stare. Per Taji, invece, la bambina è rappresenta l’occasione per far uscire finalmente allo scoperto i loro sentimenti, la fine dell’obbligo di doversi nascondere dagli occhi retrivi dei vicini di casa. “La bambina ci ha guardata mentre stavamo insieme” dice mentre cerca di far sintonizzare Hashem lungo le sue stesse frequenze emotive. E per lei questo rappresenta un segno tangibile di quello che andrebbe fatto. Probabilmente lei ama molto di più di quanto è amata e l'arrivo inaspettato della bambina si è sposato perfettamente con la speranza di poter costruire finalmente una famiglia.

Prima si è già detto della sequenza all'orfanotrofio. Occorre solo aggiungere a questo punto che la macchina da presa si focalizza unicamente sul corpo di Taji. Carrellate ea precedere e a seguire ci accompagnano in lungo e in largo dentro i vasti stanzoni dell’orfanotrofio. Quante madri sono state costrette ad una scelta così dolorosa, sembrano chiedersi gli occhi pieni di lacrime della donna. Occhi carichi di una speranza che va via via dissolvendosi. Ecco, dopo aver sperato che la bambina potesse rappresentare il primo mattone di una vita diversa, è  come se la donna si fosse vista in uno specchio  scorgendovi solo il destino di donna sola.

Ecco di fronte alla vista di tutti quei bambini abbandonati, al cospetto di un amore non accettato dai canoni sociali e di fronte al modo in cui la tecnica cinematografica si mette al servizio della rappresentazione verosimile di spaccati di vita, mi viene da pensare come in Iran, tanto cinema innovativo di diversi suoi autori, contrasti apertamente, e anche volutamente direi, con l'arretratezza sociale che fa da sfondo più o meno evidente alle storie che racconta. Gioiello assolutamente da recuperare

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